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19 dicembre 2016

Uscire dall’euro o no? È tutta questione di marketing

La retorica contro la moneta unica crea consensi. Ma il M5s non ha spiegato come far fronte al nodo del debito e dei risparmi una volta fuori.

Renzo Rosati

Dal numero di pagina99 in edicola il 17 dicembre 2016

«Oggi lunedì 8 giugno 2015 il M5s ha depositato in Senato 200 mila firme per dare il via alla legge di iniziativa popolare che porterà al referendum consultivo sull’euro». Il comunicato figura ancora sul blog di Beppe Grillo, sepolto però tra tanti altri. Eppure da allora non sono mancate le occasioni per ridargli smalto. Il referendum del 23 giugno ha visto vittoriosa la Brexit, il cui ideatore Nigel Farage nell’Europarlamento siede (tra qualche baruffa sulle poltrone) con i grillini nel gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta.

Ma proprio in quei giorni Farage prometteva: «Io e Grillo faremo saltare questa Europa dominata da Berlino», mentre Grillo replicava «l’Europa si cambia solo restando nella Ue». Sconcerto tra i follower a 5 Stelle che hanno intasato di post il blog del Capo, quasi tutti ricordando la promessa solenne dell’anno prima.

Poi si è aggiunto Matteo Salvini, che sogna alleanze elettorali e intanto ripete: «Se andiamo al governo il giorno dopo usciamo dall’euro». Lui, Grillo, in una delle sue rare interviste, concessa il 14 novembre a Euronews, non dirada la nebbia: «Non sono contro l’Europa, sono contro una moneta unica. Sono a favore di una moneta in comune. “Comune” e “unica” sono concetti diversi. Però il Regno Unito ha dimostrato qualcosa che noi ancora ci sogniamo: un referendum chiaro; sì, no».

Allora perché non rispolverare le 200 mila firme del 2015? In realtà, come spesso gli accade – alla vigilia del referendum costituzionale in piazza a Torino quasi fece trasparire una sorta di amarezza per la vittoria: «Non abbiate paura di perdere, avremo perso contro il mondo e nel fallimento c’è poesia, una cosa meravigliosa» – sembra che il leader tema di non controllare il proprio popolo, oltre ai propri parlamentari.

L’uscita referendaria dall’euro sarà sì “chiara”, ma si porta dietro debiti pubblici e privati che schizzerebbero alle stelle, risparmi e proprietà di famiglie e imprese dimezzati. Dunque la dura realtà: molto meglio la poesia, se non si vuol parlare di propaganda. Chi Grillo lo ha frequentato e lo frequenta dice che ha una totale visione a-ideologica, che sconfina nella fuga dalle idee e quindi, se si avvicina il momento di stringere, dalle responsabilità: Europa, debito, tasse, appunto.

Arturo Artom, improbabile come imprenditore ma già amico di Gianroberto Casaleggio e che ad agosto scorso ha ospitato Grillo sul proprio yacht in Costa Smeralda, e poi ha fatto propaganda per lui tra i piccoli industriali del Triveneto, a chi gli chiedeva se davvero con i grillini a Palazzo Chigi il Nord-Est avrebbe perso il ricco sbocco commerciale della Germania, ha ripetuto che «l’Europa serve alla mobilitazione, ma Beppe al governo farà altro».

Paolo Becchi, a lungo autoproclamatosi ideologo del Movimento finché Grillo l’ha sconfessato, dice in giro che «nei primi anni lui voleva davvero uscire dall’euro, e quanto al debito pubblico pensava a una grande tassa patrimoniale». A gennaio Becchi l’ha detto anche a Silvio Berlusconi, che a sua volta ha riferito ai parlamentari di Forza Italia: «So come Grillo intende finanziare il reddito di cittadinanza, con la patrimoniale e una tassa di successione sulle aziende che ci ucciderà tutti». Tra queste mezze verità alcuni dati certi, però, ci sono. Il 7 dicembre Alessandro Di Battista ha rilanciato il referendum anti-euro in una intervista a Die Welt, l’austero quotidiano di Amburgo: «Euro ed Europa non sono la stessa cosa. Noi vogliamo solo che siano gli italiani a decidere sulla moneta».

E alla domanda se si rendesse conto delle conseguenze ha risposto: «Conosco bene le conseguenze dell’introduzione dell’euro, la perdita di potere d’acquisto, il calo delle retribuzioni, la riduzione della capacità di concorrenza delle imprese, il degrado sociale, la disoccupazione». Quanto al debito, Virginia Raggi nella campagna per il Campidoglio ha detto più volte che «sono i vecchi partiti ad averlo creato, devono essere loro ad assumersene la responsabilità». Salvo poi, ora, andare a trattare con il governo che il debito romano lo ha commissariato. Lo stesso Grillo dice: «Il debito? Chiediamoci piuttosto a chi dobbiamo quei 2 mila miliardi e mezzo. Renzi per esempio ne ha prodotti 66 milioni in più».

C’è una versione, che non troverà mai conferme, ma viene riferita da amministratori eccellenti espulsi dal Movimento: «La piattaforma informatica della Casaleggio Associati, che ora si è evoluta nel sistema operativo Rousseau, monitora milioni di parole di aderenti e simpatizzanti. Euro ed Europa ricorrono costantemente in modo negativo e quindi unificante. Debito e tasse invece dividono e confondono. La conclusione è ovvia: il debito non ci riguarda».

[Foto in apertura di Alessio Mamo / Redux / Contrasto]

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