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19 dicembre 2016

Il tranello pericoloso degli esami alla prostata

Il dosaggio del Psa è l’analisi che milioni di uomini fanno alla ricerca di un tumore. Oggi lo scienziato che fece la scoperta dice che fu il “peggior errore della sua vita”

Roberta Villa

Luca è un cinquantenne in buona salute, con una moglie e dei figli, appassionato di bicicletta e montagna, che si concede ogni tanto qualche avventura, amorosa e sportiva. È sereno, con i problemi di tutti, fino a quando la sua esistenza tranquilla è stravolta da un banale esame del sangue. Un giorno, l’azienda per cui lavora gli offre un check-up, che lui prende come una buona occasione per fare i controlli che trascura da anni. Senza ulteriori spiegazioni, gli viene effettuato un semplice esame del sangue, e il risultato ambiguo di questo test basta a cambiare la sua vita per sempre. Nella migliore delle ipotesi, andrà incontro a un lungo periodo costellato da indagini invasive e dolorose, dominato dall’ansia inevitabilmente suscitata dal solo materializzarsi della parola “cancro”.

Nel peggiore dei casi, invece, sarà sottoposto a trattamenti invalidanti, che lo esporranno a un alto rischio di impotenza e incontinenza urinaria, senza poter sapere se tutto questo gli ha davvero salvato la vita oppure no. È a lui, e ai milioni di uomini che in tutto il mondo, con la stessa ingenuità, entrano nella spirale innescata dal test del Psa, l’antigene prostatico specifico, che si rivolge prima di tutto Richard Ablin, il ricercatore statunitense che nel 1970 per primo individuò nella prostata questa proteina. A loro chiede scusa per l’uso improprio che è stato fatto della sua scoperta, che lo scienziato considera «il peggior errore della sua vita».

prostata

Per questo nel 2010 ha iniziato a denunciare il fenomeno sul New York Times, e oggi firma un libro, Il grande inganno sulla prostata (Raffaello Cortina editore, Milano 2016), che racconta nei dettagli come si è potuti arrivare a quello che l’autore definisce un vero e proprio «disastro di sanità pubblica»: il sottile, ma significativo, passaggio dall’uso del Psa come supporto alla diagnosi e al monitoraggio di un tumore, in cui può essere molto utile, alla sua adozione come test di massa sulle persone sane, con l’inspiegabile complicità della Food and Drug Administration americana; l’abbassamento della soglia di allarme da 4 nanogrammi per millilitro a 3 o perfino a 2,5, per «cogliere i frutti che crescono in basso», come dicono gli urologi, cioè aumentare il numero di uomini in cui condurre ulteriori accertamenti, con valori del tutto arbitrari.

Lo strutturarsi negli anni di quello che Arnold Relman, già direttore del New England Journal of Medicine, all’inizio degli anni Ottanta, definì «complesso medico-industriale», un intreccio di interessi e di legami tra industria, medici e autorità sanitarie, che produce effetti devastanti sui budget, ma ancora di più sulla salute. Non occorre un burattinaio che regga le fila di un affare, quando da questo guadagnano tutti, dagli specialisti ai laboratori di analisi, dai produttori di farmaci e dispositivi contro la disfunzione erettile a quelli di pannoloni, e chi subisce tutto questo è grato al sistema perché convinto di essersi salvato la vita.

L’articolo continua nel nuovo numero di pagina99 in edicola e digitale

[Foto in apertura di Science Photo Library / Contrasto]

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