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17 dicembre 2016

Quelli che dicono: “La tortura? No, però…”

Tra chi vuole legalizzarla e chi invoca “interrogatori continui”, un libro spiega perché questa pratica vergognosa continua a essere utilizzata quasi ovunque

Giorgio Fontana

Il 3 febbraio 2016 il corpo senza vita di Giulio Regeni viene ritrovato in Egitto. Sul cadavere sono visibili le tracce di pesantissime violenze: la madre, chiamata a riconoscerlo, dirà che sul suo viso «si è riversato tutto il male del mondo». Ancora oggi non si è giunti a una verità su quanto accaduto, e il governo egiziano ha mantenuto una linea di scarsa o nulla collaborazione con gli inquirenti italiani. C’è solo una certezza: Giulio Regeni è stato vittima di tortura. Una delle più recenti di una storia che accompagna da sempre l’umanità.

Di questa storia e della sua oscena teoria si occupa Donatella Di Cesare nel saggio Tortura (Bollati Boringhieri). È un lavoro di grande importanza e attualità, anche perché l’Italia è tuttora priva di un regime legislativo adeguato nei confronti di tale pratica – il testo rivisto degli articoli 613bis e 613 ter non creano un reato specifico legato ai pubblici ufficiali: si rivolgono a un generico “chiunque”, senza limitare i poteri statali.

La tortura viene formalmente abolita quasi ovunque in Europa nella seconda metà del XVIII secolo, eppure non viene estirpata: resta come «una presenza inquietante, la cui ombra si allunga sinistramente sulla civiltà». Ricompare puntuale in luoghi ufficiosi: durante le guerre, nelle colonie, nei regimi totalitari e persino nelle democrazie contemporanee. E anzi, assurge oggi a rovescio della medaglia del terrore su ampia scala: «l’arma estrema dell’intelligence per arginare il conflitto globale intermittente».

Come afferma Di Cesare, se fino a qualche anno fa la condanna alla tortura era – almeno in teoria – unanime, oggi tale certezza è venuta meno. L’escalation del terrorismo globale ha portato molti a non rifiutarla per principio preso. Certo, il dolore dei corpi parla una lingua universale e immediata; eppure le presunte ragioni di stato continuano a insinuare che “in casi eccezionali” alla tortura si possa e si debba ricorrere, per prevenire un male più grande. Uno dei grandi pregi di questo libro è di affrontare senza paura questa obiezione, distruggendola alle sue fondamenta.

L’articolo continua nel nuovo numero di pagina99 in edicola e digitale

[Fotoa in apertura di Susan Meiselas / Magnum Photos / Contrasto]

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