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17 dicembre 2016

Perché Beppe Grillo è il Trump italiano

Il protezionismo. Il no al Ttip. L’alleanza con Putin. Lo stop all’immigrazione. Perché il leader del M5S e il presidente americano sono più simili di quanto sembri

Buonfiglioli - Colarusso

Se a Bruxelles ha scelto l’alleanza con Nigel Farage, il leader populista dell’Ukip che ha portato la Gran Bretagna alla Brexit, al G8 Beppe Grillo sarebbe senz’altro a suo agio accanto a Donald Trump. Con il presidente eletto degli Stati Uniti, il leader del Movimento 5 Stelle condivide non solo l’approccio centralista nella gestione del partito, la retorica anti-establishment, l’invettiva come strumento di marketing politico e di acquisizione del consenso, la capacità di mobilitare gli elettori in Rete puntando sulla comunicazione empatica più che razionale.

Tra i due leader c’è identità di vedute su numerose questioni internazionali, in parte anche sulle politiche economiche e certo sui temi dell’immigrazione e dei diritti civili. Sul palco di Imola, nel 2015, Grillo disse: «Se fossi al governo il trattato (il Ttip,ndr) lo farei con i Brics, con i russi, con i cinesi. Smettiamo di trattare con gli americani, ripeto: sono dalla parte sbagliata dalla storia». Da allora le cose sono molto cambiate, l’America non è più così lontana. E Beppe e Donald potrebbero trovarsi molto in sintonia.

Al pari di Trump, un punto caratterizzante della politica estera ed economica grillina è il protezionismo anti-cinese. Il presidente degli Stati Uniti non vuole Pechino a pieno titolo nel Wto (World Trade Organization), come del resto l’Unione Europea seppur con toni meno netti, ed è arrivato a mettere in discussione il principio di “una sola Cina” su cui si fondano i rapporti tra le due superpotenze fin dagli anni Settanta. Anche il M5S si oppone al riconoscimento della Repubblica popolare come economia di mercato, «un’ipotesi che farebbe cadere automaticamente tutti gli strumenti di difesa che l’Europa oggi utilizza per contrastare la concorrenza sleale del gigante asiatico», ha scritto il 29 marzo 2016 David Borrelli, portavoce del M5s Europa, sul blog di Grillo.

Mentre le imprese europee «devono rispettare rigidissimi protocolli e vincoli, quelle cinesi sono dopate grazie agli aiuti di Stato, i costi dell’energia bassissimi e lo sfruttamento della manodopera, anche quella minorile. Se la Cina sarà riconosciuta come economia di mercato, cadranno automaticamente tutti i dazi anti-dumping. Sarà la fine per le piccole e medie imprese europee con una perdita stimata di tre milioni di posti di lavoro in tutta Europa, 400 mila solo in Italia».

L’articolo continua nel nuovo numero di pagina99 in edicola e digitale

[Fotografia in apertura di Alessio Mamo / Redux / Contrasto]

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