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16 dicembre 2016

Rimesse, dove finiscono i soldi dei migranti

I trasferimenti di denaro sono di nuovo in aumento. Ma il protezionismo rischia di far saltare questo meccanismo di riequilibrio della ricchezza mondiale

Samuele Cafasso

Dal numero di pagina99 in edicola il 17 dicembre 2016

Piano piano le rimesse sono tornate a crescere. Continueranno a farlo nei prossimi anni, nonostante Donald Trump? O questo importante strumento di riequilibrio dell’economia mondiale rischia di incepparsi? Secondo le stime della Banca Mondiale, nel 2016 i soldi che gli immigrati spediscono nei Paesi d’origine saranno 585 miliardi e 117 milioni di dollari, recuperando così solo in parte lo scivolone dell’anno precedente. Nel 2014, infatti, si era toccato il massimo di sempre – 596 miliardi e 558 milioni – per poi ripiegare nel 2015 a 580 miliardi e 594 milioni. Basandosi sui numeri della Banca Mondiale, PewResearch ha realizzato una mappa interattiva da cui è possibile capire quali sono gli Stati che più ci guadagnano dal sistema delle rimesse e quelli che più ci perdono, oltre a tracciare i Paesi d’origine e di destinazione dei flussi finanziari.

Come si nota dai grafici sotto, gli Stati Uniti sono il Paese più “generoso”, soprattutto verso il Messico, seguiti un po’ a sorpresa dall’Arabia Saudita – essenzialmente grazie ai dipendenti del settore petrolifero – e dalla Germania. Tra i Paesi maggiori beneficiari del sistema delle rimesse ci sono la Cina e l’India, come è facile immaginare. A sorpresa, però, tra i Paesi dove entrano più soldi di quanti ne escano c’è anche la Francia. Si tratta di un fenomeno che data oramai qualche anno e che è figlio della globalizzazione: sono i lavoratori ad alto reddito impiegati in aziende multinazionali con sedi all’estero a spedire i soldi a casa. L’Italia è invece tra i Paesi che “perdono” soldi. Il Paese che più beneficia delle nostre rimesse, per il fenomeno di cui si diceva sopra, è proprio la Francia, seguita dai Paesi di origine delle comunità di immigrati più presenti nel nostro territorio: Cina, Nigeria, Marocco e Romania.

 

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Se guardiamo al movimento inverso, troviamo invece le nazioni che nei decenni passati hanno accolto gli italiani: Stati Uniti, Germania, Francia e Canada. Al quinto posto la Svizzera, probabilmente a causa dei lavoratori transfrontalieri. In genere – con alcune eccezioni come il caso francese – il sistema delle rimesse si può definire come “il motore buono” della globalizzazione perché, al contrario delle rendite finanziarie, tende a riequilibrare gli squilibri, spostando risorse dai Paesi più ricchi a quelli più poveri. Nel 2015 le rendite sono state per gli egiziani più importanti degli introiti raccolti con i pedaggi di Suez e, per il Nepal, costituiscono circa un terzo dell’intero prodotto interno lordo. In molti casi le rendite sono inoltre il modo con cui le famiglie finanziano l’istruzione, la costruzione della casa, le cure per i parenti nei Paesi d’origine.

Per questo motivo l’Onu ha inserito tra gli obiettivi dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile il taglio dei costi per chi spedisce i soldi nel Paese d’origine. Il trend è già adesso positivo, grazie soprattutto alle nuove tecnologie e al sistema dei pagamenti attraverso le app sui cellulari. Il costo medio per spedire duecento dollari a casa è passato dal 9,02% del 2011 al 5,73% del terzo trimestre 2016. Ma mentre passando attraverso le banche il costo si attesta (sempre nel terzo trimestre 2016) all’8,92%, usando le app telefoniche si precipita al 4,84%. Come documenta un recente report di Market Watch, i grandi gruppi hanno fiutato l’affare e la concorrenza fa bene ai clienti: nel 2015 PayPal ha acquistato Xoom, società dedicata ai trasferimenti di denaro all’estero. MoneyGram ha lanciato a settembre la nuova versione del suo sito per i servizi online, Western Union ha reso possibile negli ultimi due anni l’uso di app come WeChat e Viber. Nuove società – Remitly, Ofx – si affacciano all’orizzonte.

Tutto bene dunque? Non proprio. L’onda protezionista che sta attraversando il mondo potrebbe abbattersi anche sul sistema delle rimesse. In particolare Donald Trump ha ventilato la possibilità di un giro di vite sui trasferimenti dagli Usa verso il Messico, vietandoli per chi non ha un regolare permesso di residenza se lo Stato centroamericano non collaborerà alla sua crociata contro l’immigrazione clandestina. Secondo gli analisti qualsiasi divieto in tal senso applicato alle società di money transfer non fermerebbe il flusso, ma certamente alimenterebbe i movimenti illegali, aumentando al contempo i costi. Il danno per i Paesi più poveri potrebbe essere notevole, specialmente se altri Stati tentati da politiche protezionistiche e xenofobe seguiranno la strada indicata dal presidente americano.

[Fotografia in apertura di Marco Gualazzini / Contrasto]

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