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16 dicembre 2016

Come difenderci da discriminazioni e razzismo su Facebook

Esistono tutele contro le discriminazioni della Rete? Un sito spiega come poter utilizzare alcune leggi per evitarle

Dal numero di pagina99 in edicola il 17 dicembre 2016

Lo scorso ottobre i giornalisti di ProPublica hanno chiesto a Facebook di acquistare un annuncio immobiliare. Hanno scoperto così che il social fornisce agli inserzionisti numerosi strumenti per targettizzare l’annuncio, compresa la possibilità di escludere gli afroamericani, gli ispanici e gli americani di origine asiatica dalla possibilità di visualizzarlo. Una palese violazione del Fair Housing Act, la legge adottata nel 1968 per evitare che i proprietari di case discriminassero inquilini o acquirenti in base alla razza o all’appartenenza a determinati gruppi sociali.

Dopo l’articolo di ProPublica, Facebook è corsa ai ripari. Ma la questione rimane. Ogni volta che effettuiamo una ricerca su Google, mettiamo un like su Facebook, interagiamo con qualcuno sul web, le aziende che ci forniscono il servizio apprendono qualcosa in più su di noi. Chi controlla il modo in cui social e motori di ricerca raccolgono queste informazioni? Chi verifica che non siano usate per relegarci nei nostri ghetti, non solo virtuali, ma anche fisici, concedendo a chi è privilegiato ancora più chance e togliendole a chi già ne ha poche?

Una possibile soluzione, suggerisce un recente articolo di Vox, è utilizzare gli strumenti legali esistenti. Negli Stati Uniti, come in Italia, ci sono leggi che puniscono le discriminazioni basate su razza, fede, sesso, etnia, nazionalità. Il problema è che questi strumenti sono efficaci solo quando – come, nel caso degli annunci su Facebook – la discriminazione è eclatante ed è possibile dimostrare la responsabilità diretta dell’azienda. Nella maggior parte dei casi, le discriminazioni di cui possiamo essere oggetto non sono affatto palesi, neanche a noi stessi. Prendiamo Google: i suoi algoritmi tracciano il modo in cui usiamo il web e ci catalogano in determinati gruppi.

Le visualizzazioni a cui avremo accesso dipenderanno da dove abitiamo, dalle nostre inclinazioni culturali, dalle nostre abitudini e tenderanno a rafforzarle. Così non sapremo mai se un annuncio di lavoro ben pagato non ci viene mostrato perché siamo donne, di colore e viviamo in quartieri a basso reddito. Che fare, allora? Secondo una serie di avvocati americani che si occupano di diritti civili delle minoranze interpellati da Vox l’unica soluzione è agire a monte, per convincere i colossi del web a intervenire sui loro algoritmi.

[Foto in apertura di Xinhua / Eyevine / Contrasto

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