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16 dicembre 2016

Autobiografie di onesti criminali

Spaggiari e Pomini: due simpatiche canaglie che hanno affascinato molti, da Eric Cantona a Pasolini. Ora escono i loro bizzarri romanzi-memoir

Manuel Orazi

Dal numero di pagina99 in edicola il 10 dicembre 2016

Se il carcere non è redenzione ma dannazione, la letteratura prodotta in carcere è redenzione. Chi scrive della propria vita in carcere restituisce, o meglio, costruisce per i contemporanei e per i posteri una verità effettuale. Così si spiegano dunque non i romanzi ambientati nelle galere (da Il conte di Montecristo di Dumas, Nella colonia penale di Kafka o Le menzogne della notte di Bufalino), ma al contrario le memorie che diventano un misto fra romanzo e trattato politico.

Ecco invece una lunghissima scia che, almeno in Italia, porta dai classici Manoscritto di un prigioniero di Carlo Bini, Le mie prigioni di Silvio Pellico e i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci fino a Pipe-line. Lettere da Rebibbia di Toni Negri (Einaudi 1983) o ai più recenti libretti Sellerio di Adriano Sofri e Il candore delle cornacchie di Totò Cuffaro (Guerini e Associati 2012). Non si vuole affermare qui la bontà di un genere preciso di letteratura militante cui appartiene, volenti o nolenti, anche Mein Kampf – scritto appunto nel carcere di Landsberg. Si vuole piuttosto notare come una detenzione possa trasformare una vita difficile in letteratura, secondo variazioni sempre nuove.

A dimostrarlo escono ora, quasi in contemporanea, due libri di figure analoghe al punto che potrebbero anche essersi incontrate fortuitamente in vita, nonostante un’irriducibile differenza antropologica. Da un lato c’è Albert Spaggiari, Le fogne del Paradiso. Nizza 1976: la rapina del secolo (Oaks Edizioni); dall’altro Aldo Pomini, Il ballo dei pescicani. Storia di un forzato (Giometti & Antonello). Rispettivamente una prima traduzione italiana (dall’originale Albin Michel 1978) e una nuova edizione arricchita (la prima uscì da Einaudi nel 1973) da parte di due nuove case editrici, una milanese e l’altra maceratese, con protagonisti due scapestrati di origine italiana che misero a segno rapine nella provincia francese, conoscendone così le patrie galere e l’evasione in Sud America. Le analogie però si fermano qui. Il libro di Spaggiari è scritto con frasi brevi e concitate, non sarebbe difficile trasporlo in un graphic novel alla Jacques Tardi: la sua inquietudine da antieroe o meglio da ladro gentiluomo lo pongono più vicino a personaggi da romanzo d’appendice o noir.

Ovviamente Spaggiari non si è fatto mancare nulla in vita: volontario parà in Indocina, membro dell’Oas in Algeria (l’organizzazione paramilitare clandestina di estrema destra colpevole di numerosi omicidi e attentati), fiancheggiatore dell’attentato contro De Gaulle, persino fotografo in Provenza. L’opera però non coincide mai con l’autore che resta certo una “simpatica canaglia”, ma si potrebbe leggere tranquillamente come la godibile avventura di un Arsenio Lupin insofferente per natura e capace di un gesto improvviso che sconvolge la sua vita e quella degli altri.

Curioso come la vicenda del clamoroso furto nel caveau di una banca di Nizza attraverso i condotti sotterranei della rete fognaria fosse stata anticipata dal popolare film I sette uomini d’oro (1965). Fu la rapina del secolo: oltre 100 milioni di franchi dell’epoca, una preparazione al colpo da film, appunto, per non dire dell’arresto e dell’evasione rocambolesca saltando dalla finestra dell’ufficio del giudice che lo interrogava rimbalzando sul tettuccio di una Renault – infine la fuga in Paraguay protetto dal dittatore Alfredo Stroessner, fino al ritorno teatrale in Europa (ma era già gravemente malato: da lì a qualche giorno morirà, nel giugno 1989).

Non contestiamo perciò la fascinazione dannunziana di Carlos D’Ercole, prefatore e finanziatore della traduzione di Jacopo Ricciardi (ben prima di trovare un editore), verso questa simpatica canaglia che ha suggestionato tanti (come il calciatore Eric Cantona, il quale nel 2010 invitava a “svuotare le banche” nello stile da “gentiluomo” di Spaggiari). Tutt’altro avviene nel caso di Pomini, che se proprio volessimo trovare un precedente dovremmo indicare Papillon, l’indimenticabile film di Schaffner (1973) con Steve McQueen e Dustin Hoffman che racconta le avventure di un forzato in quello che era all’epoca il peggior sistema carcerario al mondo, ovvero l’Isola del Diavolo della Guyana Francese.

Anche Pomini, autore di una goffissima rapina (insieme con un complice di nome Albert) e per questo spedito alla Caienna, mantiene sempre il suo carattere antipolitico grazie anche a una strana lingua paratattica inventata da analfabeta ma decisamente inventiva: «Il codice penale français, quando un ladro aveva subito quattro condannazioni oltre quattro mesi e un giorno, alla quinta era relegato a vita alla Guyane, o tre per furti e tre per rissa, alla settima era relegato sempre a vita. Non erano insieme a noi Travaux Forcés, perché noialtri c’era solo assassini, scassinatori di casseforti, rapinatori a mano armata e falsari, o uomini che avevano violentato qualche ragazze e qualche pederasta, quasi tutti uomini di fegato, la crema della società».

Il ballo dei pescicani è piuttosto «l’autobiografia come forma di memoria e di identità: l’idea potente, vitale che narrare la propria storia sia presentarla come attuale e permanente, entrarci un’altra volta dentro, come una sorta di abito simbolico che si indossa per mostrare quel che davvero si è», come scrive Gian Paolo Caprettini nell’introduzione al libro. E piacque molto a Pasolini questa «autobiografia di un forzato per bene» che, come Spaggiari, riesce a evadere e come lui infine scappa in Italia, ma che a differenza sua non si lamenta mai del lavoro quotidiano e ci mette sempre di fronte al fatto compiuto del suo delinquere (molto modesto, tuttavia) senza indulgere in motivazioni politiche che secondo il poeta friulano non potevano apprezzare i moderni borghesi marxisti, «né i poveri focomelici di “Potere Operaio” né la maggioranza dei votanti, semi-idiota o semi-analfabeta, dei premi letterari».

Conclude Pomini: «Alle isole, quando uno faceva la spia, l’indomani si trovavano con un coltello nel petto. Era la legge, nessun perdono. Uno per tutti, tutti per uno. Quando trovavano il morto ci mettevano tutti in fila e chiedevano a uno a uno chi era. Tutti dicevano: “Non lo so”. Così, finita l’indagine, prendevano il morto nel sacco, e via al mare, ai signori pescicani che paludevano le isole. E di nuovo un’altra battaglia, a chi mangiava di più. Così era la fine di ogni forzati morti in un modo o nell’altro. Amen».

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