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12 dicembre 2016

Una fabbrica della cultura nel centro di Milano

La sede progettata da Herzog & de Meuron per la Fondazione Feltrinelli è il simbolo di una nuova stagione della città. Pensata per essere un’opera per la comunità.

Luca Molinari

Dal numero di pagina99 in edicola il 10 dicembre 2016

Chi ha camminato dalle parti di viale Pasubio nell’ultimo anno, alzando gli occhi ha visto crescere un edificio lungo e possente, scheletro in cemento armato, ordine regolare e un tetto che potevano ricordare architetture molto più antiche. I commenti sono sempre stati incuriositi o dubbiosi, ma mai indifferenti. Qualche importante intellettuale ha sollevato polemiche sulle forme dell’opera agitando gli animi intorno a una presunta colonizzazione “nordica” per la falda eccessivamente verticale dell’edificio, altri ne hanno lodato la qualità e la coerenza urbana. In quest’ultimo decennio Milano sta vivendo una metamorfosi fisica e simbolica che passa molto anche attraverso le sue nuove “fabbriche”, monumenti contemporanei che rappresentano l’ambizione di una parte avanzata della sua committenza pubblica e privata nel voler dare forma a un cambiamento necessario.

La nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a firma dello studio svizzero Herzog & de Meuron, è diventata uno dei simboli di questa stagione e si presta anche ad alcune, necessarie, riflessioni sulla natura del termine “monumento” nella metropoli contemporanea e nella nostra cultura. Quando un progetto nutre l’ambizione di non essere semplice edilizia ma un’architettura per la città, si confronta necessariamente con quelli che ancora oggi possiamo definire i “monumenti urbani”. E non si tratta soltanto di una questione di scala, dato che in molte metropoli del mondo esistono magnifici monumenti dalla discrezione domestica, quanto piuttosto della capacità consapevole che queste opere hanno di stabilire una relazione chiara con l’identità, la storia e le prospettive di un luogo.

Se analizziamo la matrice linguistica del termine “monumento”, siamo tradizionalmente indotti a riconoscervi due specifiche radici latine come moneo e memini. Da una parte, dunque, l’architettura come prodotto del potere che l’ha generata, segno di una forza economica e politica che indica inequivocabilmente la propria presenza nel territorio. Dall’altra parte, l’architettura come memoria, non solo del potere che l’ha resa possibile, ma soprattutto della comunità che l’ha realizzata e abitata lungo i secoli trasformandola in un monumento domestico, simbolo riconosciuto di un’identità che si rinnova nel tempo. […] Se ne deduce che la definizione di monumento viene attribuita a posteriori, in virtù della capacità propria di alcune opere di farsi centro e simbolo condiviso da una comunità lungo i secoli.

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Mentre intorno a questo termine il Novecento ha consumato una delle sue pagine più complesse e contraddittorie, in parte anche per via della trasformazione profonda di due fenomeni che segnano la storia contemporanea: una progressiva compressione della nozione di tempo, combinata alla più radicale rivoluzione urbana della nostra storia, e l’evoluzione altrettanto importante del nostro modo di pensare il mondo passando dalle parole alle immagini. C’è poi un altro elemento in gioco nella metamorfosi di questo termine, ed è rappresentato dalla relazione tra architettura e politica in un secolo in cui forme diverse di governo guardano alla costruzione dello spazio come a un medium potente per affermare la propria visione del mondo.

Il termine “monumento” viene utilizzato, infatti, per concretizzare la retorica dei regimi assolutisti sorti in Europa nei primi decenni del secolo scorso in Italia, Germania, Spagna e Unione Sovietica, così come per dare forma fisica a un’idea di stato sociale in cui l’architettura pubblica permea ogni momento della vita dei suoi cittadini. Appare molto interessante come, nel pieno del Secondo conflitto mondiale, Josep Lluís Sert, Sigfried Giedion e Fernand Léger diano vita a un incontro dedicato al tema della “monumentalità” in architettura che genera un importante documento intitolato Nove punti sulla monumentalità come esigenza umana. L’obiettivo teorico dichiarato è quello di smarcare questo termine, gravato da due decenni di retorica classicista e assolutista da parte dei regimi fascista e nazista, per indirizzarlo verso una dimensione concettualmente innovativa, collegata alla centralità dell’uomo e al valore nuovo che una comunità democratica avrebbe potuto dare all’architettura. […]

La relazione tra progetto moderno, committenza e democrazia è ancora oggi un tema tutt’altro che risolto. Nuovi regimi assolutisti – dal Kazakistan passando per il Golfo, la Cina e la Corea del Nord – continuano a utilizzare la retorica classicista e della grande scala per affermare la propria presenza nel mondo. Il modello diffuso di welfare state sta recedendo in tutti i paesi occidentali per limiti finanziari e per una difficoltà evidente di stabilire una relazione laica e innovativa tra l’architettura e la sua rappresentatività collettiva. La maggior parte dei nuovi “monumenti” pubblici è invece il risultato di una committenza privata che interpreta il proprio ruolo nella metropoli contemporanea con risultati ambivalenti, che vanno dall’idea di centro commerciale diffuso a una visione più mediata, e meditata, nella relazione tra luogo, comunità e progetto.

È per questa ragione che alcune opere specifiche possono diventare autentici laboratori di riflessione sul proprio ruolo pubblico e politico nella città, grazie alla capacità della committenza di costruire forme di contratto di cittadinanza che annuncino con chiarezza la propria missione. Il risultato più evidente di questo approccio sta nel fatto che l’architettura si mostra subito come rappresentazione di un servizio collettivo che ha un obiettivo sociale e culturale dichiarato. La storia della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e la sua recente evoluzione sono esemplari nel raccontare questa immagine: l’archivio di scritti, manifesti, materiali visivi legati alla storia del movimento operaio è un autentico monumento collettivo, è memoria sedimentata e raccolta per essere offerta alla comunità.

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E l’evoluzione attuale di statuto della Fondazione – che ha deciso di allargare la propria missione culturale a una missione sociale e politica contemporanea che guarda al mondo del lavoro, a nuove forme di urbanità, alla relazione tra globalizzazione e sostenibilità, oltre che alla relazione tra innovazione e buona politica – riprende il patrimonio accumulato trasformandolo in uno strumento contemporaneo, attivo, di azione politica alternativa. L’edificio progettato da Herzog & de Meuron per la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli interpreta coerentemente la missione e la metamorfosi della Fondazione rendendo concreto il patto di cittadinanza tra l’istituzione e le comunità che la riconosceranno. Inoltre, l’intervento si fa anche testimone consapevole di una lettura del contesto urbano e della sua storia che definisce le scelte di linguaggio e di volume dell’edificio stesso.

La nuova sede di Porta Volta della Fondazione si trova in una posizione baricentrica della Milano contemporanea ed è uno degli ingressi più interessanti per il centro città. La scelta di Herzog & de Meuron è andata nella direzione della costruzione di un monumento urbano dalla presenza forte e severa. L’intervento è di una grande e al contempo imponente semplicità: i due edifici, che mantengono la stessa altezza di gronda delle architetture prospicienti, sono definiti da una griglia strutturale regolare che li avvolge nella loro interezza, giocando acutamente con la memoria delle cascine lombarde, ma anche con l’immaginario delle grandi serre ottocentesche e la matrice primordiale della capanna con tetto a falda.
 Quello di Herzog & de Meuron è uno dei pochi studi d’architettura che negli ultimi vent’anni ha saputo farsi portavoce di un ripensamento interessante sulla natura degli spazi pubblici e dei luoghi collettivi nella città contemporanea.

La lezione rossiana sull’idea di monumento come elemento urbano catalizzatore e come anomalia necessaria viene rielaborata criticamente da questa coppia di autori ed è stata occasione per una serie di opere che hanno spesso segnato in maniera efficace il dibattito architettonico contemporaneo, come è accaduto per la Tate Modern e il suo vuoto interno, per la relazione tra monumento e paesaggio negli stadi di Monaco di Baviera, Basilea, Pechino e Bordeaux, per la piazza prospiciente la Fondazione Caixa Forum a Madrid e per la relazione tra interno ed esterno nel Museum der Kulturen a Basilea. Nella maggior parte di questi lavori, così come nel progetto milanese della nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, emerge chiara la volontà di interrogarsi sul ruolo fisico e civile di queste nuove “fabbriche urbane” nel solco di una rilettura della nozione di monumento nella società contemporanea.

* Il testo che qui anticipiamo è tratto dal volume Milano Porta Volta. Luogo dell’utopia possibile, che sarà pubblicato da Feltrinelli in occasione dell’inaugurazione della Fondazione il 13 dicembre

[Tutte le fotografie di Filippo Romano]

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