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10 dicembre 2016

Ti faccio causa per danno esistenziale

Una mamma che parla male del padre con il figlio. L’errore di un chirurgo, o di un parrucchiere. Quanto vale la sofferenza di chi subisce il danno?

Mattia de Nardi

Dal numero di pagina99 in edicola il 10 dicembre 2016 

Una ragazza esce dal buio del passato e a poco a poco ricostruisce l’orrore. I pezzi che mette insieme sono quelli mancanti e più pesanti della sua vita. La ragazza si chiama Anna. Ha rapporti di vita difficili coi genitori, coi fidanzati, col sesso. A 20 anni decide di andare in terapia, per cercare di recuperare un terribile rimosso. Da bambina Anna è stata ripetutamente violentata da un giovane prete. La ricostruzione della sua identità deve passare dalla memoria e dalla denuncia, grazie anche al professore di diritto che l’aveva seguita sin dall’inizio a Venezia. Alla fine, dopo anni e complicazioni giudiziarie, il prete sarà condannato. Anna è un nome di fantasia, ed è la protagonista del romanzo L’orco in canonica, uscito per Marsilio. «Sì, mi sono ispirato a fatti reali, ma vorrei non aggiungere altro», dice l’autore, Paolo Cendon, un esordiente un po’ speciale, nella cui biografia è facile intravedere qualcosa della figura del docente e del rapporto che instaura con Anna.

Perché in fondo Cendon ha scelto di raccontare nella forma di romanzo la stessa storia che scrive da oltre 20 anni, da giurista. La storia avvincente e divertente del “danno esistenziale”, fatta di sentenze, dibattiti, sconfitte. Una storia che è anche catalogo inesauribile e grottesco dei nostri tic giudiziari, di popolo facile alla denuncia, circondato da avvocati o azzeccagarbugli che intasano le aule di tribunali. Cendon ha “inventato” il danno esistenziale a Trieste nel 1991.

Da allora ha aperto un dibattito che si trascina ancora oggi tra detrattori e sostenitori. E ruota intorno alla domanda: cos’è davvero il danno esistenziale? È definibile? E se lo è, è quantificabile? Negli Stati Uniti si chiama loss of enjoyment of life, in Francia qualcosa di simile è il dommage d’agrément. «È la ridefinizione in peggio della vita quotidiana». O ancora: «Se il danno morale è legato all’essere, quello esistenziale è il danno legato al fare».

Per capire meglio servono alcuni esempi. Cendon parla di «sconvolgimento delle relazioni esterne che la persona ha». Di tipo affettivo, sessuale, lavorativo, o anche «turistico-vacanziero». Un uomo viene diffamato a tal punto da evitare luoghi che frequentava spesso: non va più in un club, evita una zona di villeggiatura. Perde qualcosa della sua vita precedente. Una serie di abitudini è stravolta.

Mobbing, infortuni sul lavoro, malasanità, ingiusta detenzione sono le cause principali di un fenomeno vario e articolato che dipende molto dalle singole corti e dalle relative decisioni. Al Tribunale civile di Roma, a fine ottobre, c’è stata una sentenza storica: una mamma è stata costretta a risarcire con 30 mila euro l’ex marito perché parlava male di lui al figlio. C’è un danno esistenziale? «C’è se sussiste un illecito e se i comportamenti del papà sono cambiati per colpa della ex moglie. Se il figlio non lo vuole più vedere, non gli telefona più, va di meno a casa sua».

La vita del genitore cambia in peggio, suo malgrado. In questa come in tante altre sentenze, però, non si parla esplicitamente di danno esistenziale. E qui sta il succo dello scontro che ora è arrivato anche in Parlamento. Perché c’è una colonna giudiziaria che non ne accetta la terminologia, riconosciuta in una sentenza di Cassazione per la prima volta nel 2000: «Più della metà dei giudici non ama il danno esistenziale», spiega Cendon. «Quella parola li spaventa, e così sono reticenti a usarla. Preferiscono parlare di danno alla persona o di danno parentale». La battaglia si combatte a suon di sentenze. C’è chi afferma che, assieme al danno biologico e a quello morale, sia parte del danno non patrimoniale. Chi lo liquida come un sinonimo del danno morale. I cultori della materia hanno ben presente una data, 11 novembre 2008, la sentenza di San Martino.

La Cassazione stabilì l’illegittimità della suddivisione in sottocategorie del danno non patrimoniale e sancì l’inesistenza del danno esistenziale in sé. «Ma quella sentenza è stata poi smentita da centinaia di altre che hanno via via fatto risorgere il danno esistenziale»: Cendon ha raccolto in un altro opuscolo molti dei verdetti successivi che citano il danno esistenziale. E nell’aprile di quest’anno è arrivata una nuova parola definitiva dai giudici.

Un’altra sentenza della Cassazione ha stabilito la distinzione tra l’aspetto interiore della sofferenza (il danno morale) e l’aspetto esterno/relazionale (il danno esistenziale). Se un illecito causa dolore interiore e significativa alterazione della vita quotidiana, vuol dire che ha dato luogo «a danni diversi e perciò entrambi risarcibili». Così questa strana creatura giuridica considerata «indefinita e atipica» rinasce ogni volta dalle proprie ceneri.

Uno degli argomenti forti di chi la contesta è che sia inutile e pericolosa: inutile perché, appunto, esisterebbe già il danno morale; pericolosa in quanto rischia di portare a una duplicazione del risarcimento. Prestando il fianco alla tendenza italiana a fiondarsi in una causa non appena si intravede la possibilità di guadagnarci. Sempre in quel novembre del 2008 le Sezioni Unite della Cassazione stabilirono che non erano risarcibili i cosiddetti “danni bagattellari”: disagi, fastidi, ansie e insoddisfazioni varie, che facilmente potrebbero invece passare per danno esistenziale.

Caso classico, un taglio di capelli sbagliato: può condizionarmi la vita e costringermi all’infelicità al punto da legittimarmi a chiedere un risarcimento per danno esistenziale? Cendon ricorda un caso del genere in Sicilia, accaduto a una donna il giorno del suo matrimonio: il danno esistenziale le fu riconosciuto. Altro esempio: troppa pubblicità prima di un film al cinema, una coppia di fidanzati ha ricevuto il risarcimento.

Ma di questo passo, anche per la discrezionalità dei singoli giudici, fin dove si potrebbe arrivare? «Bisogna mettere dei paletti, certo, ed essere severi contro i danni finti», sostiene Cendon. «Ma dobbiamo preservare la qualità della vita di tutti». E in quel “ma” potrebbe esserci un’odissea giuridica di massa. Perché, sarà anche vero che le pressioni degli assicuratori (la «lobby più forte», secondo Cendon) condizionano politica ed evoluzione della giurisprudenza, ma la tentazione d’infilarsi in cause per quisquilie e chiedere risarcimenti è sempre forte in un Paese dove i filtri di accesso alle aule di giustizia spesso non funzionano.

Il problema se lo è posto anche Alfonso Bonafede, deputato del M5S, avvocato, grande fan di Cendon. Dopo aver studiato con lui, se l’è ritrovato ospite in commissione Giustizia. Bonafede ha proposto una modifica dell’articolo 2059 del Codice civile: “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge”.

Troppo generico, secondo il deputato, che propone: “Il danno non patrimoniale è risarcibile qualora il fatto illecito abbia leso interessi o valori della persona costituzionalmente tutelati. Il risarcimento ha ad oggetto sia la sofferenza morale interiore sia l’alterazione dei precedenti aspetti dinamico-relazionali della vita del soggetto leso”. La seconda parte si riferisce al danno esistenziale, ma neppure Bonafede usa il termine esplicitamente: «Non è importante l’etichetta, sarà il risarcimento a definire il danno». Biologico, morale o esistenziale.

Questa nuova categoria spesso viene più facilmente riconosciuta ai parenti del danneggiato, costretti a cambiare la propria quotidianità. Fu proprio una sentenza in questo senso, il cosiddetto caso Santarelli del 1986, a suscitare la curiosità di studioso di Cendon e ad aprire la via al danno esistenziale: l’intervento sbagliato di un chirurgo aveva compromesso i rapporti sessuali del paziente con la propria partner, che per questo si appellò a un giudice e vinse la causa.

Anche ai genitori di Anna, la protagonista del romanzo di Cendon violentata dal prete, viene riconosciuto il danno esistenziale. La finzione assomiglia alla realtà di tanti episodi, come a quello di 14 anni fa in cui un giudice di Agrigento riconobbe quella tipologia di danno ai genitori di una ragazza di 16 anni stuprata da due operai. Il dibattito continua, le discordie pure. Per esempio, fino a oggi, per il risarcimento ci si è affidati al senso di equità del giudice: perché nella storia recente del danno esistenziale, quanto pesi in termini economici è un altro ancora dei capitoli da sviluppare.

[Fotografia in apertura Getty Images]

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