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9 dicembre 2016

Che cosa ci spinge a sfidare il mare

Ambientato in Groenlandia "Il Passaggio" di Pietro Grossi. In Alaska "Il grande marinaio" di Catherine Poulain. Due nuovi romanzi sulla sfida estrema alla natura

Valentina Pigmei

Dal numero di pagina99 in edicola il 3 dicembre 2016

Si dice che scrivere di mare sia impossibile se non se ne ha un’esperienza diretta. Quest’affermazione, sempre che sia vera, vale infinitamente di più quando si tratta di mari del Nord, là dove gli elementi, le difficoltà, lo spaesamento, ogni cosa è esasperata. Navigare tra i ghiacci è più pericoloso, le condizioni sono più estreme, il vento gelido. Eppure il grande Nord è stato in passato uno scenario perfetto e irreale, perfino magnetico, per la letteratura. E pare esserlo ancora, se si leggono due romanzi nuovissimi, ambientati nei mari freddi: il primo, lo struggente e poetico Il grande marinaio (Neri Pozza, 18 euro, 400 pagine), ha come sfondo l’Alaska ed è scritto da un’esordiente francese di 57 anni, Catherine Poulain; mentre Il passaggio (Feltrinelli, 15 euro, 152 pagine) del toscano Pietro Grossi, secco e preciso nello stile, si svolge in Groenlandia. Entrambi i libri rientrano nella categoria della fiction, ma viene il sospetto che non sarebbero stati scritti se i loro autori non avessero conosciuto il mare aperto sulla loro pelle, e in particolare non avessero vissuto quei mari nordici ostili e inospitali.

Il grande marinaio è la storia di una donna che parte all’avventura verso l’ultima frontiera, l’isola di Kodiak in Alaska, dove s’imbarca sulle navi da pesca e qui trascorre dieci anni della sua vita con una sola idea: diventare un vero marinaio. Poulain, come il suo alter ego Lili Colt, riuscirà nell’intento e diventerà a poco a poco simile a quegli uomini selvatici e teneri, incapaci di vivere la quotidianità, di abitare in una casa, di avere una famiglia, attratti irrimediabilmente da quell’esistenza durissima, ma anche salvifica, che è la pesca nei mari del Nord. «Gli uomini a bordo», scrive Poulain «erano rudi e grossi, mi avevano rubato la cuccetta, mi avevano buttato per terra lo zaino e il piumino, gridavano, avevo paura, erano rudi e forti, erano buoni, così buoni con me, per me erano tutti il buon Dio quando alzavo gli occhi su di loro. Avevo sposato una barca. Le avevo dato la mia vita».

Il passaggio di Pietro Grossi è invece la storia di un viaggio per mare altrettanto duro che padre e figlio affrontano assieme, dagli iceberg della Groenlandia fino al Canada, compiendo una tappa del leggendario Passaggio a Nord-Ovest (impresa che Pietro Grossi ha compiuto davvero su una barca a vela, la Best Explorer, nel 2012). Il mare artico raccontato da Grossi (non diversamente, per altro, da quello narrato da Poulain) è soprattutto un luogo dell’immaginario: «Il ghiaccio era sbriciolato, come se un gigante ne avesse calpestato un immenso blocco»; o ancora, «Fuori, il mare era cosparso di iceberg. Sembravano bestie a riposo, sull’immenso pascolo blu del mare»; è un mare diverso, «più denso»; «Sembrava facesse meno rumore». Il freddo, la desolazione di questi luoghi e la mancanza di coordinate spazio-temporali sono determinanti: «I vuoti, i silenzi rendono questi scenari dei luoghi-limite della realtà da cui sono attratto da sempre», dice Pietro Grossi a pagina99.

«Se vuoi raccontare il mare come un’esperienza realistica, e non fantastica, è difficile farlo senza conoscerlo a fondo. Il mare si porta dietro gesti molto precisi e una lingua molto precisa, cose che non si imparano sui libri». Ne Lo specchio del mare (1906), racconto di vent’anni passati sull’acqua (l’unico periodo felice della sua vita, a sentire i biografi), Joseph Conrad fornisce una sorta di lezione di realismo stilistico prendendosela con chi considera il linguaggio marinaro pieno di inutili metafore: al contrario, per lo scrittore polacco si tratta di una lingua che «raggiunge l’espressione giusta cogliendo l’essenziale, che è l’ambizione di un artista delle parole». Catherine Poulain ha detto in un’intervista di aver lavorato molto sul ritmo: «Desideravo che riproducesse la musica dell’oceano, le onde che vanno e vengono, ma anche la concitazione degli uomini durante la pesca».

Ecco l’altro snodo fondamentale di questa rinascente letteratura conradiana (dove si sente anche l’eco avventurosa di London e Stevenson): il recupero della dimensione corporea, la forza animalesca, quella sì molto metaforica, che fuoriesce durante la lotta feroce con gli elementi. I marinai raccontati dalla Poulain cercano nel mare «il desiderio di vivere, brutale» e «la vera lotta con la natura vera». Anche ne Il passaggio padre e figlio si trovano a lottare con il mare e la sua violenza inaudita, ed è lì che esce fuori la «bestia», come la chiama Pietro Grossi, quella forza che alcune volte riesce a salvarti la vita.

Mentre il racconto si fa duello: tra padre e figlio, tra uomo e natura (un duello, del resto, è al centro di uno degli splendidi racconti di Grossi contenuto nella sua prima raccolta Pugni). Nota a margine: peccato che la letteratura europea contemporanea, in cui ovviamente rientra pure quella italiana, non contempli con maggiore frequenza romanzi di mare e d’avventura (soprattutto declinati al femminile). Forse aveva ragione Italo Calvino quando nel lontano 1953 diceva che «una cosa è sempre mancata al romanzo italiano: l’avventura».

[Foto in apertura di Emiliano Ponzi]

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