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8 dicembre 2016

È finita l’era della democrazia liberale?

I sistemi politici del futuro? Non verranno dall’Occidente, dice Richard Youngs. Che lancia l’allarme su Putin e Trump. E sulla loro cultura autoritaria

Daniele Castellani Perelli

Dal numero di pagina99 in edicola il 3 dicembre 2016

«Ora i treni arriveranno in orario», ha dichiarato Ken Blackwell, esponente del transition team di Donald Trump, celebrando il nuovo corso americano. Ci fosse un riferimento a Benito Mussolini oppure no, la frase ha fatto venire i brividi ai tanti americani preoccupati della possibilità che la loro democrazia sia in pericolo. Negli stessi giorni, peraltro, il Ku Klux Klan e i neonazisti del National Policy Institute hanno salutato con entusiasmo il successo dell’imprenditore, che per alcune delle prime nomine, come lo stratega Stephen Bannon, ha bussato d’altronde alla destra nazionalista e xenofoba. «Chi è felice della sua vittoria? Putin, Netanyahu, Assad, Duterte, Sisi, Orban», ha fatto notare su Twitter Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch.

Non è allora fuori luogo chiedersi se negli Stati Uniti la democrazia sia veramente a rischio, se possa trasformarsi in qualcosa di più minaccioso, come è già successo negli ultimi anni in Turchia, Russia e Ungheria e come si teme possa accadere anche nel cuore della vecchia Europa se dovessero andare al potere le destre populiste. Per indagare la questione, abbiamo girato la domanda a Richard Youngs, esperto del Carnegie Europe e autore del libro The Puzzle of Non-Western Democracy (2015).

«La vittoria di Trump riflette certamente una strisciante svolta antiliberale e socialconservatrice, ma è prematuro dire che trasformerà gli Stati Uniti in una democrazia illiberale», risponde Youngs. «Sia lui sia i suoi sostenitori hanno fatto dichiarazioni che rivelano un’impazienza sprezzante verso i pesi e i contrappesi della costituzione liberale, ma è tutto da vedere se intendano davvero minare la democrazia, tanto più che molti attori politici proverebbero a ostacolarli.

Nello stile della sua leadership e nella retorica potrà pure somigliare a Putin e Erdogan, ma Trump si muove in un contesto istituzionale molto diverso». Anche sul tema della promozione della democrazia e dei diritti umani nel mondo, secondo Youngs, non tutto è perduto: «Gli esperti predicono che Trump ridurrà il sostegno a quei programmi, ma una parte della macchina istituzionale statunitense continuerà almeno per un po’ a ricevere fondi e a godere di una certa autonomia, e non dimentichiamoci che in politica estera giocherà un ruolo importante il Congresso, con il Partito repubblicano che è spaccato tra realisti-isolazionisti e quanti invece ritengono che gli interessi del Paese richiedano non meno ma più sostegno internazionale per la democrazia».

Gli Stati Uniti di Trump non rischieranno dunque di trasformarsi né in quelli immaginati da Philip Roth in Il complotto contro l’America (Einaudi, 2014) – dove il filonazista Charles Lindbergh sconfigge Franklin Delano Roosevelt alle elezioni del 1940 – né nella Turchia e nella Russia di oggi. Il problema però è un altro. A ben vedere, come ha argomentato lo stesso Youngs su Foreign Policy, a essere minacciata oggi non è la democrazia, ma la forma con cui siamo abituati a conoscerla in Occidente, ovvero la liberaldemocrazia. «Se guardiamo ai sondaggi, la democrazia sembra essere ancora un principio popolare nel mondo, ma la sua versione liberale è messa sempre più in discussione», ci spiega Youngs. A crescere invece è la versione socialconservatrice, che «difende le credenze tradizionali, in particolare quelle associate con l’ordine, la religione e l’identità nazionale».

Chi sono i suoi alfieri? Putin in Russia, Orban in Ungheria, il partito Legge e Giustizia in Polonia ed Erdogan in Turchia, ma il fenomeno è diffuso anche a Singapore, in Malesia, in Indonesia, nell’India di Narendra Modi e in molti Paesi del Medio Oriente, come ad esempio nell’Egitto di Al Sisi. Se il liberalismo promuove la tolleranza per il divorzio, l’omosessualità e le droghe leggere, i diritti delle donne e il laicismo, il conservatorismo sociale pone l’enfasi soprattutto sulla comunità, la tradizione, i valori della maggioranza. Il conservatorismo sociale è compatibile con la democrazia, ma può facilmente scivolare nell’autoritarismo e nell’intolleranza illiberale. Anche in America e in Europa occidentale c’è chi spinge verso questa versione, e sono appunto i Trump, le Le Pen e le destre populiste.

Si fa presto, però, a dire populisti. Secondo Youngs non bisogna banalizzare e ridicolizzare, ad esempio, i sostenitori di Trump e del Brexit. Ed è anche sbagliato credere che siano l’opposizione alla politica migratoria o a quella neoliberista a definire populista un partito, quanto soprattutto l’attacco al costituzionalismo liberale, ai pesi e contrappesi. Non è neanche l’offerta di soluzioni semplicistiche e irrealizzabili a definirlo come tale, visto che queste vengono avanzate spesso anche da partiti mainstream, i quali a loro volta possono sposare misure fortemente illiberali come nel caso delle leggi anti-terrorismo. È tutto insomma più complesso di quanto si creda. Ci sono cinquanta sfumature di democrazia, e di liberalismo. Ciò detto, la giacca della democrazia occidentale è oggi più che mai tirata verso due direzioni opposte, la versione socialconservatrice e quella liberale.

Quest’ultima, a giudicare dai sondaggi, in America e nell’Europa occidentale è sempre più contestata, perché non saprebbe più assicurare l’uguaglianza economica dei cittadini. Ma chi la ha ancora a cuore non dovrebbe arrendersi, sostiene Youngs, «dovrebbe cercare di farla funzionare in modo più efficace». C’è chi ritiene che il problema sia stato l’aver posto troppa enfasi sui diritti individuali a scapito del senso di comunità, ed è un discorso che vale anche in campo economico: «Dobbiamo salvare la liberaldemocrazia promuovendo un liberalismo che significhi davvero inclusività dei cittadini e uguaglianza di partecipazione, e dobbiamo allontanarci dall’idea che essa sia inseparabile da un’economia neoliberista».

Nel dibattito sui sistemi politici che verranno, Youngs sostiene che avranno un peso sempre maggiore le “democrazie non-occidentali”, ad esempio Brasile, Cile, India, Giappone, Nigeria, Sudafrica e Corea del Sud. Le tante rivoluzioni tecnologiche, sociali ed economiche che stanno trasformando l’Occidente produrranno nuove varianti della democrazia. Quali, però, non è ancora dato sapere. Nel frattempo, che piacciano o meno, si sperimentano cose diverse, cose “strane”. Dopo la vittoria di Trump, Youngs ha citato su Twitter Antonio Gramsci: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere. In questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».

[Foto in apertura di Sean Gallup / Getty Images]

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