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8 dicembre 2016

Bioterrorismo, un pericolo reale?

In una lettera a Obama gli esperti lanciano l’allarme. Ma un’inchiesta giornalistica sulle tecniche di editing genomico e biologia sintetica ridimensiona il fenomeno

Angela Simone

Dal numero di pagina99 in edicola il 3 dicembre 2016

La tecnologia Crispr potrebbe creare virus o microorganismi patogeni che rischiano di essere usati come armi bioterroristiche, mettendo in serio pericolo la sicurezza pubblica. Questa è la conclusione a cui è arrivato lo statunitense President’s Council of Advisors on Science and Technology (Pcast), il team di esperti scientifici nominato da Obama che funge da consulente della Casa Bianca su questioni scientifiche e tecnologiche considerate strategiche dagli Stati Uniti. Il Pcast ha appena inviato una comunicazione al presidente (sia a quello uscente che al neo-eletto Donald Trump), intitolata Action Needed to Protect against Biological Attack.

Il documento sottolinea gli avanzamenti delle moderne biotecnologie, in rapida espansione e ormai alla portata di molti, e gli impatti che potrebbero avere sulla difesa e sulla sicurezza pubblica, stilando una serie di raccomandazioni tra cui la possibilità di creare, entro sei mesi, una commissione interdipartimentale di “biodifesa” per scongiurare attacchi terroristici che impieghino materiale biologico. Sotto la lente degli esperti americani sono finite le nuove tecniche di genome editing, le tecnologie di terapia genica, e la biologia sintetica più in generale perché sono in grado di manipolare o generare ex novo patogeni nocivi per l’uomo e l’ambiente. L’allarme lanciato dal Pcast non è nuovo.

Già nello scorso febbraio il direttore della U.S. National Intelligence, James Clapper, aveva inserito le tecnologie di editing genomico nella sezione delle armi di distruzioni di massa all’interno del Worlwide Treat Assessment, report annuale di classificazione delle potenziali armi da monitorare. Nel rapporto, a tenere compagnia al genome editing, c’erano anche le armi nucleari della Nord Corea e le armi chimiche usate in Siria. Ma la lettera del Pcast sottolinea espressamente che le armi basate sull’utilizzo di materiale biologico sono più facilmente ottenibili rispetto a quelle nucleari e chimiche.

Questo perché la loro produzione non richiede grandi infrastrutture o laboratori sofisticati, ma solo le semplici tecniche di ingegneria genetica ormai in uso in gran parte dei laboratori del mondo. Soprattutto la tecnologia Crispr-Cas9, per i bassi costi e la facilità d’uso, sulla carta sembrerebbe la chiave di volta per creare “in casa” virus e batteri dannosi. Nella realtà dei fatti le preoccupazioni sollevate dal gruppo di esperti americani suonano decisamente allarmistiche e quanto meno premature. Un’indagine di poche settimane fa del giornalista Jon Cohen, del sito web collegato alla rivista scientifica Science, ha evidenziato che usare il genome editing da profano non è così semplice.

Il giornalista si è infatti cimentato con un esperimento di modifica del Dna, usando la tecnica Crispr-Cas9, aiutato da Roland Wagner, ricercatore del laboratorio Sumit Chanda presso il Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute di San Diego (California). L’esperimento, ha raccontato Cohen sul sito di Science, non è riuscito nonostante la guida scrupolosa del suo supervisor scientifico, segno che forse la tecnica è sì facile ma non proprio alla portata di tutti. E forse l’hype attorno al genome editing rischia di mettere in serio pericolo, non solo la sicurezza pubblica, come asserisce il Pcast, ma anche la libertà di ricerca.

[Foto in apertura di Daniele Mattioli / Anzenberger/ Contrasto]

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