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6 dicembre 2016

Perché Westworld è già un’ossessione

La storia del parco western popolato da androidi è divenuta subito oggetto di culto. Merito dei molti misteri disseminati. Da Lost in poi, una tecnica di sicuro successo

Maria Laura Ramello

Dal numero di pagina99 in edicola il 3 dicembre 2016

«Sai dove ti trovi?». «Sono in un sogno». Con questo scambio di battute ha esordito il 3 ottobre su Sky Atlantic una delle serie più attese degli ultimi dieci anni: Westworld. Con un cast stellare (ci sono, tra gli altri, Anthony Hopkins, Ed Harris ed Evan Rachel Wood) e una dimensione produttiva da far invidia a quelle cinematografiche, la serie è costata a Hbo oltre 100 milioni di dollari, e girava sul tavolo dei produttori fin dagli anni Novanta. Nel 2014 arriva la conferma della messa in onda, poi più volte rimandata, si dice, per la troppa pignoleria di Jonathan Nolan, regista di due episodi di questa prima stagione. Fratello minore del più famoso Christopher, Jonathan ha trascorso gli ultimi due anni a scrivere la serie assieme alla moglie Lisa Joy.

Ma il Nolan “minore” non è di certo l’ultimo arrivato. Sono suoi i soggetti di alcuni dei migliori film girati proprio dal fratello: Memento (2000), The Prestige (2006), Il Cavaliere Oscuro (2008), Il ritorno del Cavaliere Oscuro (2012) e il più recente Interstellar (2014). Non solo. È stato anche autore della serie Person of Interest, che gli ha fatto guadagnare la fiducia del produttore esecutivo e re Mida del cinema commerciale del nuovo millennio J.J. Abrams, al punto che questi ha deciso di affidargli la scrittura di Westworld. La serie prende spunto da Il mondo dei robot, film del 1973 scritto e diretto da Michael Crichton: le vicende ruotano attorno a un parco divertimenti chiamato appunto Westworld dove – come suggerisce il pay-off del titolo – tutto è concesso.

Creato per intrattenere i ricchissimi ospiti, disposti a spendere 40 mila dollari al giorno per una vacanza nel parco, è popolato da evoluti androidi antropomorfi pressoché indistinguibili dagli essere umani. Nei confronti di questi robot, all’interno dell’ambientazione selvaggia del vecchio West, gli ospiti paganti possono sfogare tutti i propri istinti senza curarsi delle conseguenze. Alle accuse di violenza gratuita e misoginia i coniugi Nolan hanno risposto sereni: «Gli spettatori che si sentono disturbati nel guardare alcune scene ne hanno tutte le ragioni, ma Westworld è un’analisi della natura umana, e la violenza ne fa parte». Così tra stupri, sparatorie e scalpi, si cerca risposta alla domanda: “Chi sono veramente?”. Perché gran parte del fascino della serie sta proprio nelle riflessioni fanta-filosofiche sulla natura umana. Ma non solo.

Già dopo i primi episodi andati in onda, la febbre da Westworld è dilagata a tal punto che sono spuntati come funghi siti a tema, gruppi iperattivi sui social e centinaia di migliaia di post su Reddit. Il mondo tracciato dalla serie è infatti anche un’irrisolvibile puzzle sci-fi capace di catapultare lo spettatore in un mondo meticolosamente progettato e di lasciarlo all’oscuro di tutto. Per le questioni che solleva, la profondità dei dettagli che suggerisce e i misteri cui allude, gli spettatori vogliono saperne sempre di più, ma sono sempre messi nella condizione di non carpire nulla. In che epoca siamo? Com’è il mondo fuori da Westworld? Cos’è davvero la Delos (la compagnia che possiede la struttura)? Non lo sappiamo e non lo sapremo, di certo non entro l’imminente fine della prima stagione per lo meno.

Westworld procede nascondendo agli spettatori le informazioni di base, proprio come faceva un paio di lustri addietro il progenitore Lost. Chi guarda non può far altro che chiedersi cosa stia succedendo e tentare di arrivare al centro del labirinto (non solo metaforico: dentro Westworld ce n’è uno vero e proprio), dove riposa probabilmente il senso di tutto. Conseguenze? Conversazioni infinite su Facebook, domande, ipotesi, speculazioni più o meno avventate. Certo, non è la prima volta che una serie conquista tanto pubblico in così poco tempo e con gli stessi strumenti di suggestione. Già Il Trono di Spade – ancora una produzione Hbo, che con Westworld ha in comune i brutali bagni di sangue e i numerosissimi topless – aveva conquistato un’enorme fandom che si divertiva (e si diverte) a speculare sul futuro della narrazione.

Ma l’esempio più clamoroso è proprio il già citato Lost, il figlio prediletto e più fortunato di J.J. Abrams: sei stagioni disseminate d’indizi difficilmente interpretabili e spesso contraddittori, piene zeppe di mistero, che avevano portato gli autori a creare addirittura The Lost Experience, alternate reality game in cui gli spettatori potevano creare la loro storia. Per quanto riguarda il futuro, il grande successo ha già portato Hbo a mettere in cantiere una seconda stagione. Per vederla dovremo aspettare fino al 2018, e la cosa non sorprende: una serie così costosa, che deve mantenere un così alto standard qualitativo sia nella componente western che in quella fantascientifica, ha bisogno dei suoi tempi.

[Foto in apertura di Kilter Films]

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