Seguici anche su

5 dicembre 2016

Meno migranti più mercato, la sfida di Fillon a Le Pen

Al contrario della leader del Fn, il repubblicano vuole riformare burocrazia, 35 ore, pensioni. Ma non farà sconti sull’immigrazione. Lasciando sola l’Italia

Renzo Rosati

Dal numero di pagina99 in edicola il 3 dicembre 2016

Le grandi banche francesi, da BnP Paribas a Société Générale, hanno appena aggiornato le analisi sul 2017 destinate ai principali clienti. E dopo la vittoria a valanga di François Fillon nelle primarie del centrodestra sono più ottimistiche: le previsioni, con margini tra il 60 e il 70 per cento, dicono che l’ex primo ministro di Nicolas Sarkozy prevarrà nel ballottaggio presidenziale della prossima primavera su Marine Le Pen. La leader del Front National avrebbe invece avuto vita facile con un qualsiasi candidato socialista, e forse anche contro Sarkò o Alain Juppé, espressioni di un gollismo del passato.

Non solo. Il programma Fillon fa retromarcia sullo statalismo in economia – a cominciare dal superamento delle 35 ore settimanali lavorative, dalla riforma delle pensioni che lo stesso Fillon aveva avviato nel 2003 salvo riporla per il veto di Sarkozy, dalla riduzione di 600 mila funzionari pubblici – e cancella il modello multietnico e multiculturale che ha mostrato tutti i suoi limiti negli ultimi due anni, e che costa parecchio ai contribuenti.

«Sappiamo che non tutto potrà essere mantenuto e che nella campagna presidenziale Fillon dovrà contrastare lo statalismo e il protezionismo di Marine Le Pen», dice a pagina99 uno dei top banker transalpini. «Ma già impegnarsi a infrangere certi tabù è un passo che mai nessuno che ambisse all’Eliseo aveva compiuto. Nessuno, s’intende, nell’Arc républicain, le forze politiche tradizionali. Lo stesso Juppé ha difeso l’integrazione». Però la politica anti-immigrati, oltre che l’uscita dall’euro, sono invece i punti chiave del Front National. Perché Fillon dovrebbe essere prescelto dagli elettori rispetto a chi ne ha la primogenitura come Le Pen? È su questo punto che il nostro interlocutore porta il discorso fuori dai binari francesi per toccare argomenti che riguardano l’intera Europa, e in particolare il governo italiano, con o senza Matteo Renzi.

«Semplicemente», dice, «i francesi vogliono tenersi l’euro ma non gli immigrati. Mi stupisce però come il successo di Fillon e le sue eventuali ricadute vengano all’estero, specie in Italia, percepiti come un fatto francese e non internazionale. Eppure siamo al terzo segnale, dopo la Brexit e Donald Trump». La previsione è che se Fillon conquisterà la presidenza per prima cosa consoliderà il rapporto con la Germania, fornendo ad Angela Merkel una sponda molto meno evanescente di quella di François Hollande. Il che significa che l’asse Berlino-Parigi governerà l’Europa ancora più di quanto abbia fatto in tempi recenti, e che ci saranno poche chance di inserimento dell’Italia.

«Per molte ragioni. Di Hollande era nota l’inconsistenza, che gli aveva valso il soprannome di Flamby, una marca di budino. Ma la Germania l’ha accettata in mancanza di meglio, condonandogli le mancate riforme e cancellandogli un paio di procedure di infrazione europee. Con Fillon la Merkel avrà un alleato più attendibile. Non solo. Parigi si è trovata in prima linea contro il terrorismo islamico, non riuscendo a prevenirlo e fronteggiarlo, proprio mentre la Cancelliera apriva all’immigrazione.

In questo caso è stata la Merkel a fare marcia indietro rispetto alle posizioni del 2011, quando dichiarò fallita la politica della multiculturalità a costo zero. L’anno scorso ha aperto le porte ai profughi – quelli con diritto d’asilo poiché l’accoglienza universale è un’idea tipicamente italiana – sottolineandone i benefici economici e demografici. Ma nessuno studio ha mai provato che essi esistano concretamente, anzi».

In realtà il Fondo monetario internazionale ha misurato in un rapporto del gennaio 2016 gli effetti a lungo termine dell’immigrazione sull’economia, sostenendo che il prodotto interno lordo nei tre Paesi che hanno accolto il maggior numero di rifugiati nel 2015 aumenterà nel 2017 dello 0,3% in Germania, dello 0,4% in Svezia e dello 0,5% in Austria. Ma anche che benefici maggiori potrebbero essere ottenuti con una piena integrazione dei nuovi arrivati nel mercato del lavoro. Il piano Fillon, che tra l’altro prevede quote di ingressi legali (niente migranti economici non regolari), controlli amministrativi sul culto musulmano e sul finanziamento delle moschee, riduzione dei sussidi pubblici a cominciare dal pronto soccorso medico, è preso seriamente e studiato in Germania.

Dove l’Istituto per l’Economia di Colonia stima che tra vitto, alloggio, insegnamento del tedesco e inserimento nel mercato del lavoro dei migranti serviranno in due anni 55 miliardi. L’analisi è minuziosa e tiene conto di molte variabili: per esempio se funzionerà o meno il filtro immaginato dalla Merkel con l’accordo con la Turchia finanziato con tre miliardi di fondi europei. Di certo nessun dossier simile circola in Italia, dove lo Stato fa fatica anche solo a distinguere tra profughi e irregolari, e preferisce sfruttare l’emergenza degli sbarchi per ottenere da Bruxelles decimali di flessibilità sul proprio deficit. Tra Fillon e la Merkel 4.0, per Roma sarà più difficile far passare le propria politica confusionaria sull’immigrazione. A meno di non mettere davvero ordine nel debito pubblico. Certo dopo la Brexit e dopo Trump, il 2017 potrebbe segnare la fine di molti “ismi”: dallo statalismo al multiculturalismo al buonismo.

[Foto in apertura di Philippe Wojazer / Reuters / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti