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4 dicembre 2016

Se i documentari ci parlano solo di tragedie

A partire dal festival di Lipsia, fotografia di un settore finanziato dallo Stato. Che ha sempre meno pubblico. Poco disposto a sorbirsi ore di sciagure

Stefano Casertano

Dal numero di pagina99 in edicola il 3 dicembre 2016

Dok Leipzig è il principale festival di documentari tedesco: manifestazione che si svolge tra ottobre e novembre, attira quasi esclusivamente persone legate al settore. Il programma dell’edizione di quest’anno ha presentato in concorso film i cui temi sono una sequela di drammi, forse non tutti necessari: Alzheimer, gente perseguitata dall’Isis, guerre civili, un pover’uomo con il venti per cento di capacità polmonare e perfino un film d’animazione su un orfano.

Due pellicole avevano protagonisti autistici e un’altra era praticamente un war porn con gente ammazzata e riprese molto insistenti. Durante una riunione di produttori e registi nel corso del festival, la considerazione più assillante è stata: «Non abbiamo pubblico». Toni da tragedia incombente. Domanda dell’ingenuo osservatore, non espressa: ma perché ci si stupisce di non averne? Va bene parlare di temi duri, ma l’accanimento sulla gente che sta male a volte ha qualcosa di morboso.

Presto la locuzione “regista di documentari” potrebbe diventare sinonimo di “depresso bipolare”. Nenad Puhovski, autore croato presente alla kermesse e fondatore della rassegna ZagrebDox, afferma: «Siamo stati costretti a creare una sezione chiamata Happy Dox, ma trovare film adatti è impossibile». Del resto, ha sostenuto Oliviero Toscani, «riprendere i poveri è più facile che ritrarre i borghesi». Alla riunione di Dok Leipzig un documentarista ribadisce però il punto: «Per essere presi sul serio, dobbiamo parlare di cose serie».

Un commento molto tedesco. Il mondo dei documentari tedesco è guardato con una certa invidia da parte del resto d’Europa. Sistema produttivo stabile, finanziamenti assai generosi e televisioni attente. Può apparire assurdo che si lamenti, eppure i dati sono innegabili: ogni anno raggiungono le sale circa 80 documentari, un numero spropositato, un sovraffollamento che non fa bene ai produttori.

Solo una manciata di essi riesce a portare a casa risultati decenti. Nel 2015 il 22% dei film che hanno raggiunto le sale tedesche erano documentari (137 su 618), ma hanno realizzato appena l’1% dei biglietti staccati. Da parte della principale associazione di settore, la Ag Dok, si tende a incolpare la distribuzione: «Fino a pochi anni fa i documentari venivano programmati per intere settimane nei cinema, mentre adesso sono difficili da trovare nelle sale e hanno una funzione di tappabuchi nella programmazione», si dichiara in un comunicato stampa. Non va meglio con la televisione: «tremila euro per un passaggio televisivo in Germania è considerata ormai un’offerta da prendere al volo», dichiara un associato, «anche se adesso ci costringono a mettere a disposizione il film sulla piattaforma digitale per una settimana, senza altri bonus. Ci consoliamo con il fatto che se le televisioni pagano poco, lo fanno per poter finanziare le produzioni».

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È un mondo isterico. Da una parte, si può ragionevolmente sostenere che i documentari non li guardi quasi nessuno. Dall’altra, le rassegne di settore godono di crescente successo. Dok Leipzig (la rassegna di documentari di Lipsia) nel 2015 ha raggiunto il record storico di 48 mila presenze tra spettatori singoli e abbonati, confermando lo stesso dato per il 2016. Il legame tra queste due situazioni si spiega in larga misura con il massivo intervento dei finanziamenti statali.

Nel 2013, anno record, sono stati elargiti oltre 103 milioni di euro di denaro pubblico (di cui circa 80 per la produzione), in calo fino a poco meno di 80 milioni nel 2015. In Italia il totale dei finanziamenti alla produzione nel 2015 è stato di 15,4 milioni di euro. Ciò ovviamente non esclude che possano esserci prodotti documentari eccezionali, come Citizenfour di Laura Poitras (pellicola su Edward Snowden che ha vinto un Oscar) o Master of the Universe di Marc Bauder (film sul mondo dei banker che ha ricevuto molti premi e realizzato un buon incasso).

Tuttavia, il dramma e il minimalismo, caratteri onnipresenti nel circuito documentaristico, non possono essere spiegati solo con l’oggettivo interesse delle storie raccontate. Sembra, alle volte, che il sistema si dimentichi completamente della necessità di avere una platea. Da qui, l’atteggiamento è spesso quello di una setta. Televisioni pubbliche scelgono cosa produrre, sfruttando le opportunità dei finanziatori pubblici e passando i film per festival anch’essi sovvenzionati da fondi pubblici. Sia chiaro: non c’è niente di male nel pubblico, ma un po’ di equilibrio non farebbe male. Si aggiunga il fattore tecnologico. Un tempo produrre un documentario costava parecchi soldi, e pure la realizzazione tecnica era impresa ardua. Oggi si può girare con il telefonino, ma anche per una videocamera professionale bastano duemila euro.

La produzione è aumentata, portando a un annientamento della “classe media” dei produttori e registi, che deve necessariamente appoggiarsi al sistema statale per la sopravvivenza. Con un’ulteriore perversione: avere una cinepresa in mano dà l’illusione di essere dei registi. Il leitmotiv del settore è che non ci sono soldi e che non si guadagna a sufficienza per sopravvivere: è questione non solo tedesca, ma perfino americana.

Forse ancora non si è capito che una cinepresa è come una penna, e che saper scrivere non assegna immediatamente l’alloro da scrittore. E forse un minimo di attenzione per chi dovrebbe guardare i film non farebbe male. Non si può tacciare il pubblico di apatia se non vuole sottoporsi a due ore di sciagure, perlopiù reali, senza speranza. In fondo, filmare cose tragiche dovrebbe essere più semplice. Come disse Alberto Sordi a uno sceneggiatore impegnato a scrivere un film drammatico: «Te stai a riposà».

[Foto in apertura di Participant Media]

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