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3 dicembre 2016

Abano Terme, dove il Veneto si ribella ai migranti

Un paese ricco colpito dalla crisi. Che improvvisamente diventa una delle capitali della lotta all’immigrazione. Reportage dalle frontiere dell’Italia che cambia pelle

Samuele Cafasso

A voler raccontare per intero la storia di come Abano Terme sia diventata una delle capitali della rivolta italiana contro l’accoglienza ai migranti, il rischio è quello di perdersi negli aneddoti. Questo, ad esempio: è il 13 novembre e, come ogni sera, alcuni cittadini del comitato “Abano dice no” si preparano a trascorrere la notte in presidio permanente davanti alla caserma di Giarre dove, avevano ventilato due mesi prima i giornali, potrebbero essere accolti almeno un centinaio di profughi.

Mentre i cittadini vegliano contro un possibile (ritengono loro) blitz notturno dello Stato italiano, i ladri ne approfittano. Alle 18.30 – nemmeno aspettano che cali la notte – forzano una porta finestra in una abitazione di Via delle Acacie, la strada che procede parallela alla caserma. Venti minuti dopo, un altro colpo duecento metri più in là. Italiani o stranieri che fossero, i ladri l’hanno fatta in barba al presidio per la sicurezza. «Noi», dicono i cittadini del comitato, «non ci siamo accorti di nulla».

Ma a raccontarla come storia da operetta di una provincia ingenua e paurosa, o al contrario tragedia di un pezzo d’Italia che all’improvviso si scopre xenofobo e fascista, non si farebbe un buon servizio ai lettori. Abano Terme è una cosa più grande e, per certi versi, preoccupante. Abano è uno degli epicentri da cui il movimento che si oppone all’accoglienza dei migranti ha iniziato a terremotare tutto il Veneto. È un pezzo di Paese impaurito e rabbioso che si fa largo sui social network, nelle piazze, con toni da sommossa: «siamo invasi», «affiliamo le lame».

Lo schema è sempre uguale: i giornali locali riportano la notizia di un nuovo centro di accoglienza per i profughi, nasce un comitato apartitico (ma spesso legato, o infiltrato, dagli ambienti dell’ultra-destra) che issa lo stemma della città, il tam tam sale sui social network, la gente scende in piazza, lo Stato è costretto a ripiegare. A Verona si protesta sotto le insegne di “Verona ai veronesi”, a Rovigo con “Rovigo dice no ai clandestini”, “Monselice dice no” e poi, a macchia d’olio fuori dai confini veneti, “Brescia ai bresciani”, “Mantova ai virgiliani”. La pressione è tale che nessun sindaco, per paura di saltare, accetta un programma ordinato di accoglienza dei migranti che, quindi, vengono concentrati in grandi centri. I grandi centri creano disordini, i disordini aumentano la diffidenza in una spirale che rischia di mandare in tilt l’intero Paese per 176 mila migranti. Che sono molti, ma nulla in confronto, ad esempio, agli 800 mila sul suolo tedesco.

Ma la crisi dei migranti racconta anche qualcos’altro: in questo angolo di Veneto c’è la storia di cosa succede a una comunità che, colpita dalla crisi economica, si avvita piano piano in una spirale fatta di sfiducia nella politica, insipienza imprenditoriale, fascinazione per il populismo, corruzione, spinte xenofobe. La rivolta dei migranti è la punta dell’iceberg, il ghiaccio sotto il pelo dell’acqua è il disagio di un Paese che sente il terreno franargli sotto i piedi, che è stato povero e ora teme di ridiventarlo.

 

La caserma di frontiera

La caserma di Giarre è un ricordo di quando l’Italia era uno degli avamposti contro il comunismo: costruita nel 1955 e dismessa nel 1998, si trova a soli tre chilometri da Abano che, insieme a Montegrotto, è il fulcro delle terme euganee, «il centro termale più grande d’Europa», come ripete qualsiasi aponense a cui si chiedano spiegazioni. Nonostante la crisi, parliamo di tre milioni di presenze annue che hanno reso questo angolo di Veneto uno dei più ricchi della Regione. Arrivando in macchina da Abano, è difficile ignorare la caserma: la annunciano le bandiere italiane accanto agli striscioni “Abano dice no”, due container e due tende bianche.

Un signore anziano – lo chiamano Benito perché è pelato e veste di nero, ma in realtà si chiama Giuseppe – spazza via le foglie dal piazzale, un altro è impegnato con detersivi e scopettoni. Dalla fine di settembre, qui ogni giorno e ogni notte stazionano alcuni cittadini in sit in permanente contro l’ipotesi di fare della caserma un hub per i profughi. Oggi questa ipotesi pare tramontata, ma la protesta non si ferma, «un po’ perché non ci fidiamo, un po’ perché è anche una iniziativa simbolica», spiega uno degli animatori, Antonio Giannesini, 54 anni.

 

Il centro galeotto

Tutto è iniziato il 13 settembre quando l’ipotesi di creare qui un grande centro d’accoglienza ha fatto capolino dalle pagine del Mattino di Padova. Quella mattina un signore che abita a pochi metri della caserma, Maurizio Tentori, 44 anni, agente di commercio, prende il telefono e chiama Marco Destro, un altro tizio di Abano ma che, per lavoro, si trova spesso a Bagnoli. Bagnoli di sopra è un piccolo comune del padovano che conta 3.600 residenti. Qui si trova un centro di accoglienza che ospita 800 migranti e dove, negli ultimi mesi, si sono susseguite diverse proteste degli stessi, ansiosi di ricevere un foglio di via per migrare altrove, via dall’Italia.

«Noi come Bagnoli non vogliamo diventare», racconta Destro. «Io quando mi trovo là, la sera a uscire per strada ho paura, vera paura. Chi dice che siamo razzisti a Bagnoli non c’è mai stato». Nella vicina Conetta, frazione di Cona di circa 200 abitanti, c’è un altro centro con ottocento persone. «Se si mettono insieme i due luoghi, il rapporto tra abitanti e migranti accolti è quasi uno a uno», fa notare Giannesini. Non proprio: sarebbero 3.800 contro 1.600 migranti. Comunque moltissimi. Difficile negare che questo sia un problema.

Ad Abano, così, parte la mobilitazione «per non diventare come Bagnoli» e con una paura in più, ovvero che i profughi «facciano scappare i turisti»: il 20 settembre al primo sit in davanti alla caserma, ci sono duemila persone, «ed eravamo sorpresi anche noi del successo», racconta Tentori. Viene creata una pagina Facebook – Abano dice no – c’è un fitto scambio di messaggi su WhatsApp. Sette giorni dopo, alla fiaccolata sono in quattromila. Se fossero stati tutti aponensi, vorrebbe dire un quinto di tutti i residenti. «Non siamo contro gli immigrati. Siamo contro un sistema di accoglienza deciso dall’Europa e che rende ricche le cooperative», sintetizza Giannesini.

 

Cooperativa sotto tiro

Slogan vuoti? Non in Veneto dove un buon numero di centri (Bagnoli, Conetta, Oderzo) è gestita da una sola realtà – la cooperativa Ecofficina, poi rinominata Edeco – i cui vertici sono stati indagati per maltrattamenti prima e truffa aggravata e falso dopo, mentre un’inchiesta del Corriere del Veneto ha documentato le difficili condizioni in cui i profughi sono costretti a vivere. Tra gli amministratori c’è Sara Felpati, moglie di Simone Borile, ex Dc, poi Forza Italia, un uomo che ha transitato per diversi cda di società pubbliche, tra cui la Padova tre srl che gestisce il ciclo dei rifiuti e che con Ecofficina aveva degli appalti ora sotto la lente dei magistrati.

Torniamo alla manifestazione: dopo la notte delle fiaccole in marcia, ad Abano arrivano le televisioni, la notorietà, ma anche le polemiche, le accuse di razzismo per striscioni che è difficile non catalogare come vergognosi. Uno in particolare, dove campeggia grande la scritta “Immigratis” e, subito sopra: Hiv, Tbc, Legionella. Gli immigrati come untori. «Ma non è un cartello nostro», dice Tentori, «è di un’altra associazione, Abano sicura, noi a quel cartello avevamo detto no». Le buone ragioni dei manifestanti, e alcune indubbiamente lo sono, passano in secondo piano rispetto a una carica xenofoba evidente.

Interviene il consiglio pastorale di una delle maggiori parrocchie di Abano, quella del Sacro Cuore, con una nota in cui parla di «segni del degrado etico in cui affonda la città». Parlano della manifestazione contro i migranti, ma anche dell’inchiesta giudiziaria che, pochi mesi prima, ha portato in carcere il sindaco Luca Claudio per tangenti. In prima fila alla manifestazione Abano dice no, in effetti, ci sono anche diversi candidati nelle sue liste, esponenti dell’ultra-destra, zona Forza Nuova.

La domanda non è, ovviamente, cosa ci facessero lì. È evidente: cavalcano l’onda. Ma come è possibile che, con una compagnia del genere, la manifestazione abbia raccolto un fiume di persone così grande? In una città, per altro, dove gli stranieri sono il 10% della popolazione (molti gli albanesi e i rumeni) e sono sempre stati ben accettati e integrati nel tessuto sociale, trovando lavoro negli alberghi, nei negozi. «Segni del degrado etico? Al Sacro Cuore sono ottimisti. Abano è una città dal tessuto sociale compromesso», decreta la deputata del Pd Vanessa Camani, cittadina aponense, con il tono di chi evidentemente si appresta a fare opposizione per i prossimi vent’anni. A questo punto bisogna raccontare chi è Luca Claudio, la risposta populista fallimentare che gli abitanti di Montegrotto prima e di Abano dopo hanno dato a una crisi lunga quasi vent’anni.

Abano e Montegrotto sono state fino a metà anni Novanta il rifugio di tedeschi e austriaci, soprattutto anziani, che venivano qui a curarsi alle terme pagate con i soldi delle loro generose mutue. I primi scricchiolii si sono sentiti quando il marco è andato in pensione e, a questo punto, l’Italia non è stata più la meta a buon mercato che era prima.
Ma il peggio è giunto quando Angela Merkel ha tagliato alcuni dei servizi erogabili dalle mutue, tra cui le cure termali all’estero. Le presenze dei tedeschi sono passate da un 1,25 milioni l’anno (1997) a meno di mezzo milione (2015). «Abbiamo perso un terzo del fatturato», racconta Emanuele Boaretto, presidente Federalberghi.

A dirla semplice, così come Abano e Montegrotto sono diventate improvvisamente ricche muovendosi poco – c’era una grande risorsa naturale e persone disposte a spendere – con altrettanta immobilità hanno assistito al venire meno della loro ricchezza. Il disagio che covava sotto la cenere ha però infiammato le urne elettorali. Mentre ogni cosa iniziava a girare per il verso sbagliato, i cittadini eleggevano come loro sindaco un uomo – Claudio – che pare uscito da un film, tanto è improbabile. Ex An passato alla Destra di Storace, due mandati da sindaco a Montegrotto, uno ad Abano, il secondo interrotto dopo pochi giorni dall’arresto per tangenti. Era diventato anche una celebrità mediatica per iniziative temerarie quali l’uso dei cartelloni luminosi cittadini per attaccare lo Stato: «Cittadini emigrate! La legge mi lega le mani e non mi permette di difendervi».

«Quello di Claudio era un sistema», dice Camani, «per tenere in piedi un territorio che perdeva anno dopo anno ricchezza. Tanto è vero che nell’inchiesta sono coinvolte anche aziende locali e funzionari. Tutti sapevano ma era difficile parlare». Per dirla con le parole di Rosy Bindi: «Non si può parlare di mafia, perché mancano le organizzazioni criminali, ma il comportamento che ha provocato l’intervento della magistratura è molto simile alla mafia».

 

“Rubava? Rubano tutti”

Di tutta questa storia, davanti alla caserma di Giarre, si parla molto poco. Il presidente di “Abano dice no” si limita a dire che lui Claudio nemmeno l’ha votato. Altri lo difendono perché «con lui il Comune era sempre aperto e ti ascoltava. Rubava? Rubano tutti», racconta Elio, 63 anni, lattoniere. È uno dei pochi che ha voglia di raccontare il Veneto prima di quando le terme sono arrivate ad arricchire un po’ tutti: «Eravamo poveri, dormivamo sugli scartòzi», ovvero le foglie del granturco. «I migranti invece sono vestiti meglio di me e di te e buttano via il pane».

Poco si parla anche della crisi delle terme, che pure ha picchiato forte in un paese che vive praticamente solo di turismo. Il refrain è sempre quello: «Siamo le terme più grandi d’Europa. Le presenze reggono». Tutto vero, ma i soldi non sono più quelli di una volta. Dei 120 impianti termali, oggi in funzione ce ne sono solamente cento. Si può raccontare la rivolta contro i migranti senza guardare a tutto questo? Marco Destro: «Eravamo ricchi, oggi lo siamo meno. Lo Stato però non si occupa di noi italiani, dà i soldi alle cooperative che speculano sui migranti».

E poi ci sono storie come quella di Nerio Baratta, 70 anni, presenza fissa al comitato. Lui ha comprato una casa proprio di fianco alla caserma. L’ha pagata 285 mila euro, appena costruita dall’imprenditore Ivano Baggio che ad Abano ha un hotel ma fa soldi anche con l’immobiliare. Ora sostiene il comitato e fa portare ogni giorno da mangiare ai picchetti. Anche perché lui davanti alla caserma ha ancora un po’ di case da vendere. Quando è scoppiato il caso dei migranti, Baratta ha provato a vendere la sua, «ma non la vuole nessuno nemmeno a 220 mila euro».

«Io sono incazzato perché qui i migranti non devono arrivare. Come si poteva immaginare? Sarebbe come metterli a Portofino, a Capri». A Capalbio, verrebbe da aggiungere. Dove, in effetti, lo Stato fa fatica a portarne anche poche decine. E allora il dubbio alla fine viene: si protesta contro i migranti, o contro un destino cinico che prima ti ha fatto ricco e poi ti ha abbandonato? Non è una domanda a cui si può abbinare una risposta secca, ma basta una passeggiata nel centro di Abano per accorgersi che c’è qualcosa che non va.
Mostri abbandonati

Abano è una cittadina brutta e ricca. Brutta perché si è costruito dappertutto, senza criterio: torri altissime a fianco di costruzioni concepite come chalet di montagna, affiancate ancora a hotel anni Settanta con il porticato di colonne greche. Ma è anche ricca, e lo vedi dal verde, i parchi, le strade pulite. Può permetterselo, con 4 milioni di incassi annui tra imposte di soggiorno e addizionali Irpef. Ma quanto può durare ancora? Al centro della zona pedonale, l’imponente sagoma liberty dell’Orologio, uno degli storici alberghi di Abano, è un monito sinistro, con le finestre e le porte sbarrate oramai da anni perché non c’è società che si voglia accollare la gestione.

Chiedi informazioni e la risposta di una signora è tutto un programma: «Quello è L’Orologio. Peccato, davvero peccato». Duecento metri più in là, però, è molto peggio. Il vecchio Centrale, costruito negli anni Settanta, è uno scheletro abbandonato al centro della cittadina termale, un mostro di undici piani circondato da due piscine prosciugate, erbacce tutto intorno, un’aria perenne di desolazione. Non è difficile immaginare che sia poco piacevole passare da lì la sera per una passeggiata, non è difficile immaginare che chi per anni è stato abituato a ben altro si senta insicuro, spaventato. Migranti o no.

Le conclusioni, alla fine, ognuno le può trarre da sé. Ma è facile vedere ad Abano e Montegrotto il frutto di un declino che dura da anni. Per lungo tempo qui tutti hanno fatto finta che non potesse mai succedere nulla di male, che l’unico problema del Veneto ricco e sgobbone fossero gli altri. Lo Stato che non ti difende, i migranti. Poi i migranti sono arrivati davvero e, come in un’illusione ottica, i cittadini hanno visto confermate le loro paure, senza accorgersi che gran parte dei problemi sono creati dalle stesse amministrazioni che per anni hanno soffiato sul fuoco delle loro paure senza mai risolvere un problema reale.

 

Travolti dalla psicosi

Banale dire che se Abano oggi avesse un sindaco e non un commissario, se fosse una città meno in crisi, se avesse avuto altre strategie per il turismo che non fossero la svalutazione della lira, forse dell’hub per accogliere i migranti nemmeno si sarebbe parlato. Ma oramai il Veneto è travolto dalla psicosi e non è più un problema di organizzare bene l’accoglienza. Si dice no e basta. A tutto. Chi prova a spezzare il circolo vizioso, come sta facendo il nuovo sindaco della vicina Montegrotto, rischia di essere spazzato via da elettori spaventati e irragionevoli che fanno le barricate contro tredici migranti. Solamente tredici che però hanno causato un’ondata di diffidenza culminata nella lettera di un gruppo di mamme al sindaco in cui viene chiesto se non ci sia il rischio di malattie contagiose. Il sindaco, per altro, ha risposto nel modo peggiore, minacciando denunce per procurato allarme. Due mondi che non si comprendono.

In tutto il Veneto le “Abano dice no” crescono come funghi. È il Veneto che si chiude in se stesso, che issa le bandiere italiane nei presidi di protesta contro i migranti ma poi l’Italia la maledice sognando un futuro da Regione autonoma, con tanto di mozione approvata a furor di popolo in consiglio regionale. Un giorno lo slogan è “prima gli italiani”, l’altro “Veneto autonomo”, comunque sempre “padroni a casa nostra”. L’agitarsi indefinito e identitario di una comunità che forse quale sia la sua identità nemmeno lo sa più, ma conosce la rabbia contro lo Stato e gli stranieri.

 

[Fotografia in apertura di Matteo De Mayda per pagina99 / assistente Maddalena Borsato]

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