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2 dicembre 2016

Jenny Hval, la vampiressa elettronica

Sangue, collage sonori, post punk. Ecco 'Blood Bitch', un tour de force vocale della musicista norvegese che ricrea atmosfere gotiche col sintetizzatore

Andrea Dusio

Dal numero di pagina99 in edicola il 26 novembre 2016

Avete letto Lasciami entrare, il romanzo di formazione dello svedese John Ajvide Lindqvist ambientato nei sobborghi di Stoccolma che nella seconda parte vira improvvisamente in una truculenta storia di vampiri? Forse avrete visto il film che ne ha tratto Tomas Alfredson, girato a Luleå, nell’inverno infinito del Norrbotten. Quelle stesse atmosfere – le strade vuote di Nedre Slottsgate a Oslo, la notte, gli adolescenti che si muovono in gruppo nel gelo – scandiscono le prime carrellate del video di Female Vampire, la nuova produzione di Jenny Hval. Non ricordo nemmeno da quanto non mi interessavo a un’artista a partire da una clip, ma la cosa non è certamente casuale.

Dopo aver esordito con una serie di rarefatte produzioni acustiche con il moniker Rockettothesky, Hval ha iniziato a usare il proprio nome a partire dal 2011, quando ha pubblicato per la Rune Grammofon l’album Viscera, raccolta di folk songs agresti percorse da inusuali tensioni e dissonanze: l’indizio di un’attitudine che presto l’avrebbe portata a superare lo schema della ballata per chitarra e voce e a enfatizzare la parte concettuale del proprio lavoro, mettendo al centro il tema della sessualità, con una radicalità nel ricorso a testi espliciti e un corredo visuale che attinge alla ricerca ormai storicizzata di body performers come Ana Mendieta e Regina José Galindo, ma virata verso un linguaggio più patinato e cinematografico.

Nella transizione tra gli esordi e gli esiti più recenti, nel 2013 la Hval si è trovata a pubblicare un album – Innocence is Kinky – in cui le chitarre elettriche sembravano sul punto di ricondurla a un suono rock garage tradizionale, galleggiante su di un tappeto elettronico in bassa fedeltà. Il suo nuovo lavoro, Blood Bitch, è stato rilasciato nelle scorse settimane dall’etichetta indie newyorkese Sacred Bones, la stessa che ha sotto contratto non solo artiste come Zola Jesus, Marissa Nadler e Pharmakon, ma anche la disegnatrice Heather Benjamin, a conferma di un interesse per le narrazioni crossmediali del e al femminile.

La nuova opera di Hval prende le forme di un concept sul sangue, esplicito e slabbrato, in cui si mescolano spoken word, collage sonori e sperimentazioni ispirate alla lezione del post-punk britannico (dagli Psychic Tv ai Current 93) e alla darkwave della tedesca Hyperium Records, (quella delle compilation Heavenly Voices ripubblicate negli Stati Uniti dalla Cleopatra Records nel 1998, tremendamente influenti nel modellare la nuova estetica dell’American gothic da cui prendono le mosse anche il mainstream di Chelsea Wolfe e i tape loops di Grouper).

L’elettronica della Hval si può ascoltare come un radiodramma o un oratorio sintetico: questo nuovo album la proietta al centro di una scena di musiciste radicali che mescolano tour de force vocali e sintetizzatori. In un raro docudramma radiofonico del 1967, il pianista e compositore Glenn Gould andava alla ricerca dell’Idea del Nord. Oggi probabilmente si fermerebbe tra queste vampiresse digitali.

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