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2 dicembre 2016

Immigrati in Grecia, le isole sono un carcere a cielo aperto

L’accordo con Erdogan ha fermato gli sbarchi. Ma la Turchia non è Paese sicuro. I rimpatri non partono. E nei campi sale la tensione

Lidia Baratta

Dal numero di pagina99 in edicola il 26 novembre 2016

«Sono stanco. Da otto mesi sono bloccato su quest’isola e non so per quanto ancora ci rimarrò». Basel, siriano, è sbarcato a Lesbo a una settimana dall’entrata in vigore dell’accordo tra Europa e Turchia sulla gestione dei rifugiati. E da qui non si è più mosso. Da quel 20 marzo 2016, data di avvio dell’agreement che ha cambiato la vita di migliaia di persone in fuga, quasi nessun richiedente asilo è stato respinto dalla Grecia verso le coste turche, e pochissimi (5 mila circa) sono stati ricollocati in altri Paesi europei. Così, mentre Erdogan chiede più soldi a Bruxelles e minaccia di riaprire le porte ai 3 milioni di rifugiati fermi in Turchia, i campi profughi sulle isole greche rischiano di esplodere, tra sovraffollamento, condizioni di vita disumane e violenze continue.

La capacità massima sulle cinque isole principali sarebbe di poco più di 8 mila profughi, ma in realtà oggi ne ospitano quasi il doppio. Lesbo ha già superato quota 6 mila. Chios ospita quasi 4.200 profughi, quando avrebbe posti solo per 1.100. Sono le nostre Nauru, come l’isola australiana del Pacifico dove i richiedenti asilo vengono detenuti. E da quando i Paesi dei Balcani hanno chiuso i confini a Nord, la Grecia intera è diventata un carcere a cielo aperto per oltre 62 mila persone. Di cui quasi 16 mila bloccate sulle isole, le porte per l’Europa. L’accordo partito il 20 marzo riconosce la Turchia come “Paese terzo sicuro”. Che significa che chi partendo dalle coste turche ha attraversato l’Egeo per raggiungere l’Europa può essere rimandato indietro.

Ankara ha accettato di riammettere i rifugiati, a fronte dei 6 miliardi di euro promessi dalle istituzioni europee. E per ogni rifugiato rimandato indietro, l’Ue si impegna a ricollocarne un altro dalla Turchia. Per l’Europa, l’obiettivo dell’accordo era fermare il flusso di sbarchi sulle coste greche. E questo è avvenuto. Dal 20 marzo, solo 20 mila persone hanno tentato la traversata in mare, una piccola frazione degli oltre 171 mila arrivi del 2016. Quello che non funziona però è la seconda parte dell’accordo: i respingimenti in Turchia. Che, come ribadisce la Commissione europea nell’ultimo report sull’accordo, dovrebbero servire da «fattore deterrente per i nuovi arrivi e per i trafficanti». Ma da aprile, meno di 700 persone sono state rimandate indietro. E tra questi non c’è nessun richiedente asilo con domanda ritenuta ammissibile.

Si tratta, spiegano da Human Rights Watch, per lo più di migranti che non hanno chiesto asilo o che hanno ritirato la richiesta e sono tornati indietro volontariamente. Ma anche alcuni di quelli che si sono visti rigettare lo status di rifugiato sono riusciti comunque a restare. «La mia domanda è stata respinta, ma ho fatto ricorso», racconta Chuddrey, pakistano sciita, a Lesbo da quasi otto mesi. Sulle isole, i migranti sono liberi di lasciare i campi, ma non di spostarsi verso la terraferma. Anche dopo che un incendio divampato nell’hotspot di Moria a Lesbo ha lasciato centinaia di persone senza tetto, la Commissione Ue ha ribadito che i richiedenti asilo devono restare sulle isole «per evitare movimenti secondari nel resto d’Europa». Ma i campi di Lesbo, Chios, Samos, Kos e Leros hanno superato da tempo le soglie di accoglienza.

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Perché se è vero che gli arrivi sono crollati, è anche vero che rispetto a maggio la media è quasi triplicata, arrivando ai 3 mila sbarchi al mese. Lo ha fatto notare pure Gerald Knaus, direttore del think tank European Stability Initiative e “architetto” dell’accordo sui rifugiati tra Europa e Turchia. «Così non si può andare avanti», ha scritto Knaus in un report. «Gli sbarchi giornalieri da 50 sono diventati cento». Mentre da giugno a settembre «su 9.250 arrivi sulle isole, solo 116 persone sono tornate in Turchia». Il tallone d’Achille sono le procedure per l’asilo. La Grecia può rimandare indietro siriani e altri migranti, solo dopo aver dato una prima udienza. Ma le autorità di Atene non sono attrezzate a gestire un flusso così grande di richieste, e le pratiche vanno a rilento.

Si possono aspettare anche cinque mesi prima che venga comunicata la data della prima intervista. Dopo l’accordo le pratiche avrebbero dovuto essere velocizzate. E invece la media è scesa da 80 a 35 al mese. Bruxelles se la prende con la Grecia. E Atene chiede rinforzi. Ma finora dall’Ue hanno inviato solo 41 funzionari. «Sono necessari ulteriori sforzi da parte dell’amministrazione greca per far crescere i ritorni dei migranti in Turchia», scrivono dalla Commissione. Ma il problema dei funzionari greci non è solo la lentezza. Il dilemma è considerare la Turchia un “Paese terzo sicuro” per i rifugiati che da lì sono fuggiti rischiando la vita in mare. Molti di loro raccontano di aver subito torture e violenze mentre attendevano il gommone che li avrebbe portati dall’altra parte.

E lo scorso maggio per la prima volta un tribunale greco ha stabilito che per un siriano il Paese di Erdogan non avrebbe offerto il rispetto dei diritti richiesto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Finora, insomma, nessuno è stato respinto in base al principio che avrebbe potuto ottenere protezione in Turchia anziché in Grecia. Intanto sulle isole la tensione nei campi ormai stracolmi sale. Nell’hotspot di Moria le risse sono giornaliere e a settembre un incendio ha distrutto molte tende. A Chios il campo profughi di Souda è stato assaltato con molotov e petardi dai militanti di estrema destra. Ma dopo l’attacco, il governo greco ha fatto una concessione: i migranti potranno lasciare le isole. Ma solo quelli a cui potrà essere concesso l’asilo. Gli altri possono restare nelle Nauru create dall’Europa.

[Fotografia in apertura di Alexandros Avramidis / Reuters / Contrasto]

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