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1 dicembre 2016

Strega, Campiello & co. i premi letterari sono tutti maschi

Abbiamo preso in esame i sei più importanti riconoscimenti italiani. Per capire che le opere femminili sono state molto meno votate. Prevaricazione, come dice Spagnol?

Luigi Cruciani

Dal numero di pagina99 in edicola il 26 novembre 2016

Il 16 novembre è stato assegnato il National Book Award, uno dei premi letterari più prestigiosi al mondo, anche se dedicato esclusivamente alla letteratura americana. A ricevere l’ambito riconoscimento per la sezione Fiction, già guadagnato da Faulkner e Bellow, è stato Colson Whitehead, uno scrittore nero come altri due premiati. Un’edizione, considerando anche i temi affrontati dai libri insigniti, focalizzata sulla discriminazione razziale negli Usa. Ma tra i vincitori del National Book Award non c’era neanche una donna. E a qualcuno questa è sembrata un altro tipo di discriminazione. Lisa Lucas, executive director della National Book Foundation, ha commentato su Twitter: Wow. 4 dudes! (quattro maschi!).

Già l’11 ottobre, dalle colonne del sito Il Libraio, l’editore Luigi Spagnol si era fatto interprete d’eccezione per quanto riguarda la questione del maschilismo letterario: Spagnol si è chiesto perché gli esseri umani abbiano deciso di impoverire il proprio orizzonte culturale tenendo in minor considerazione le opere letterarie create da donne; una riflessione preceduta dall’analisi dei registri dei principali premi letterari internazionali. L’intervento ha generato un intenso dibattito, che ancora oggi prosegue e a cui hanno preso parte anche Michela Murgia e Bianca Pitzorno. Se è vero che uno sguardo agli albi d’oro dei concorsi letterari permette di illuminare da un particolare punto di vista (la valutazione qualitativa di un’opera) la questione del gender gap letterario, quanto misura effettivamente questo divario di genere in Italia?

A tal proposito, abbiamo preso in esame i sei maggiori premi letterari italiani – Strega, Campiello, Viareggio, Bagutta, Bancarella, Calvino – e verificato il numero di donne a cui è stato assegnato il riconoscimento. Alle origini del più importante premio italiano (almeno per le vendite che genera) c’è proprio una donna, Maria Bellonci. Per l’anniversario toccato in questa edizione, lo Strega ha presentato un celebrativo sottotitolo: «Da settant’anni, amici della cultura». Amici di una cultura tutta maschile, vien da dire, se su 70 premiazioni solo 10 sono state assegnate a donne. Poco più del 14%. La prima è stata Elsa Morante per L’isola di Arturo nel 1957, mentre le ultime sono state Margaret Mazzantini e Melania Mazzucco nel 2002 e nel 2003 – una successione che aveva allora fatto pensare a un cambiamento di rotta.

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Ma è da 13 anni, il maggior lasso di tempo dal lontano ’47, che lo Strega non va a una donna (e pensare che gli attuali Amici della Domenica per un terzo fanno parte del gentil sesso). Con il Campiello la situazione migliora, ma di poco. Il premio, istituito nel 1962 per iniziativa degli Industriali del Veneto (e che Rino Gaetano in Ping pong immaginò di assegnare a Luciano De Crescenzo) ha conferito finora 53 riconoscimenti: di questi, 11 sono finiti nelle mani di una donna (la prima volta nel 1971, quando trionfò Gianna Manzini con Ritratto in piedi), il 20,5%. Una percentuale molto più alta di quella che riguarda le presidentesse delle giurie chiamate a scegliere i vincitori: in oltre 50 anni la competizione veneziana ne ha nominate solo 5 su 54 (9,2%) e ha ammesso una donna all’interno del comitato selezionatore addirittura nel 1984 (la fortunata fu Isabella Bossi Fedrigotti).

Lo storico Premio Viareggio fa nuovamente salire la quota di gender gap: il riconoscimento, nato sotto l’ombrellone nel 1930 per mano di Leonida Repaci, ha moltiplicato le assegnazioni in numerose direzioni; se si calcolano solo quelle per la narrativa, la saggistica e la poesia, le premiate sono state 32 su 234, un misero 13,6% (qui si può osservare un altro enorme divario editoriale di genere, quello interno alla saggistica: in questa sezione vinse una donna, Rosellina Balbi con Madre paura, solo nel 1985). Percentuale ancora più misera è quella ottenuta dall’indagine sul premio letterario più antico (e maschilista) d’Italia, il Bagutta, sorto nell’omonima trattoria milanese nel 1926 dal cenacolo capeggiato da Riccardo Bacchelli: dopo 46 anni riuscì a strapparlo Anna Banti; in seguito, solo altre 8 su 89 vincitori (alcuni ex aequo), un 10,1% di miracolate.

Il Premio Bancarella, nato nel ’53 dalla tradizione dei librai pontremolesi e assegnato a scrittori italiani e stranieri, è andato a 10 donne su un totale di 64 assegnazioni (15,6%), ma almeno negli ultimi quattro anni nessun uomo ne ha gioito. Un po’ di luce ce la riserva il Calvino, premio fondato a Torino nel 1985, ideato e animato da Delia Frigessi, dedicato agli scrittori esordienti inediti e da molti considerato il riconoscimento italiano più serio: conteggiando alcuni ex aequo, sono state selezionate 14 esordienti su un totale di 37 conferimenti, il 37,8% (a vincere il primo Calvino fu proprio una donna, Pia Fontana). Un quadro estremamente sterile capace di rivelare due cose: che, in fatto di premi letterari, in Italia le donne vengono riconosciute quando restano nell’angusto confine dell’aspirazione artistica; e che, come sostiene Luigi Spagnol, per il solito desiderio maschilista di prevaricazione e controllo, «continuiamo a non capire, a rinunciare alla possibilità di nutrire il nostro mondo interiore».

[Fotografia in apertura di Contrasto]

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