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29 novembre 2016

Il no di Trump alla net neutrality

Con l'abolizione di questo principio fondamentale si creeranno delle corsie preferenziali per contenuti e applicazioni. E i fornitori di connessione di rete avranno un ruolo fondamentale

Federico Gennari Santori

Dal numero di pagina99 in edicola il 26 novembre 2016

I timori di molti analisti e dirigenti d’azienda erano fondati. Con la nomina di due nuovi membri della commissione che sta trainando l’America dalla vecchia alla nuova presidenza, Donald Trump ha preso una posizione netta sulla neutralità della rete, il principio fondante di Internet secondo cui ogni suo contenuto deve essere accessibile per tutti senza discriminazione alcuna. Che il nuovo governo, invece, mostra di ritenere superfluo e discriminatorio. Jeffrey Eisenach, economista ed ex funzionario di governo, l’ha descritta come «un principio che permette ad attori privati di arricchirsi utilizzando gratuitamente servizi forniti da altri grazie al potere dello Stato».

Mark Jamison, invece, consulente e lobbista per Sprint, un’importante fornitore di servizi Internet statunitense, ne ha parlato come di «un miscuglio di regole ex ante che spesso vanno contro gli stessi imprenditori e i consumatori che avrebbero lo scopo di tutelare». Entrambi sono membri dell’American Enterprise Institute, un think-tank conservatore, e tra i principali oppositori della Federal Communications Commission (Fcc), l’ente governativo che si occupa di regolamentare telecomunicazioni e dunque il garante della neutralità della rete. Lo stesso Trump, del resto, nel 2014 aveva criticato la decisione di Obama di blindare la net neutrality, nonché la nomina dell’attuale presidente della Fcc, Tom Wheeler, che come già dichiarato sarà presto rimosso.

Ma cosa significa abolire quel principio fondamentale? In pratica si tratta di creare corsie preferenziali all’interno del cyberspazio, che renderebbero certi contenuti e applicazioni più facilmente raggiungibili rispetto a tutti gli altri. A giocare un ruolo decisivo sono i fornitori di connessione alla rete, i cosiddetti Internet Service Provider, che controllano la velocità nella trasmissione e nella ricezione delle informazioni online. Se oggi la regola è “gli stessi bit per tutti, chiunque essi siano”, nell’era Trump potrebbe diventare “più bit per chi fa l’offerta più alta”. Se i provider dispongono delle infrastrutture necessarie e offrono un servizio – sostengono i due uomini del neo presidente – perché non dovrebbero ricavarne il massimo beneficio possibile applicando dei filtri e facendosi pagare dai colossi della rete come Google, Facebook, Amazon e gli altri?

Per comprendere quale impatto ciò potrebbe avere, pensiamo a un sito di video come Netflix. Se un concorrente come Hulu pagasse di più – o trovasse un accordo speciale con un grande fornitore di connessione – molti utenti potrebbero ritenerlo migliore soltanto perché garantisce tempi di caricamento inferiori. Ma a farne le spese non sarebbero certo grandi player come quelli citati, bensì le realtà più piccole, che disponendo di risorse nettamente inferiori finirebbero con l’essere oscurate.

[Fotografia in apertura di Mandel Ngan /Afp / Getty Images]

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