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28 novembre 2016

Google, Facebook e il monopolio dell’informazione online

Le due aziende selezionano e diffondono news al pari di aziende editoriali. Perché non hanno le stesse regole su concorrenza, diffamazione, par condicio?

Enrico Pedemonte

Dal numero di pagina99 in edicola il 26 novembre 2016

Facebook, Google e gli altri social network sono solo società high tech o anche aziende editoriali? Vanno considerate sofisticate edicole digitali o media? Sono meri strumenti di distribuzione o strumenti mediatici, come i giornali e le tv? Non sono domande di lana caprina dopo le polemiche esplose all’indomani delle elezioni presidenziali Usa. Fino a ieri le menzogne “distribuite” attraverso i social network e i motori di ricerca erano considerate alla stregua di inevitabili danni collaterali di un sistema comunque efficiente. Ora le falsità conferite a milioni di elettori – i danni cerebrali permanenti subiti da Hillary, la sua dipendenza da alcol e droghe, addirittura il legame tra lei e alcune morti sospette di persone legate allo scandalo delle email – stanno cambiando i connotati del problema.

È vero che Google e Facebook non elaborano contenuti, ma i loro algoritmi sono concepiti per scegliere le notizie che ciascuno di noi leggerà.
Proviamo a estremizzare il ragionamento per spiegarci meglio. (Ragioniamo per assurdo, si direbbe nella dimostrazione di un teorema).
I giornalisti di un quotidiano – o di un settimanale come pagina99 – selezionano le news, le inchieste, le opinioni nel mare magnum della realtà, le curano, le mettono in pagina e le distribuiscono alle edicole o attraverso il loro siti web. Da parte loro Google e Facebook selezionano le news e i commenti che trovano nei rispettivi mondi (il primo sul web, il secondo nel proprio recinto blindato) e lo propongono a ciascun lettore in relazione alle specifiche preferenze o alle amicizie di ciascuno.

Ogni giornale si rivolge al proprio target e sulla base di questo sceglie gli articoli da pubblicare. Per Google e Facebook ogni singolo utente è un target da trattare diversamente degli altri: la pagina che si apre davanti ai nostri occhi sul motore di ricerca, o quando accediamo al social network, è un prodotto unico messo a punto per ciascuno di noi. Quello che vent’anni fa Nicholas Negroponte chiamava Daily Me, il giornale personalizzato, ha preso queste forme inaspettate. Dunque Facebook e Google – se è vero che sono in grado di fornire a ciascuno di noi un’informazione personalizzata – sono anche dei media? La domanda ha una molteplicità di implicazioni.

La prima ha a che fare con i monopoli: se i due giganti appartengono al mondo dei media, devono rispettare delle quote di mercato. Il Gruppo Espresso ha dovuto vendere alcuni quotidiani locali per avere sforato il limite imposto dalla legge dopo la fusione con la Stampa e il Secolo XIX. Google controlla oltre il 90% delle ricerche. Normale? Il secondo ha a che fare con le leggi sulla diffamazione: un giornale che pubblica un articolo offensivo nei confronti di qualcuno o diffonde messaggi che incitano all’odio razziale incorre in sanzioni amministrative, o addirittura penali. Perché Facebook e Google, che inoltrano messaggi di questo genere a milioni di persone, dovrebbero essere escluse? Al terzo posto c’è la (non del tutto banale) questione della democrazia.

Dalle nostre parti la legge impone che, in caso di campagna elettorale, i grandi media tv assicurino a tutte le parti in causa parità di condizioni. In latino si chiama par condicio. Al contrario gli algoritmi di Facebook e Google rinchiudono i cittadini-elettori all’interno di bolle mediatiche da cui non si può letteralmente uscire per accedere a idee diverse dalle proprie. Le venti principali notizie false messe in giro dalla campagna di Trump sono state “condivise” dagli utenti di Facebook più delle venti notizie più importanti (e vere) messe in circolo dalla grande stampa americana. Google e Facebook affermano di non essere responsabili dei contenuti che diffondono, ma si tratta di una posizione pilatesca. Sono i loro algoritmi a selezionare le cose importanti per ciascuno di noi. Sono loro i responsabili delle bolle mediatiche in cui viviamo.

Una cosa è vera: lo scopo principale di queste aziende non è informare, ma aumentare il traffico, spingere la gente a cliccare, condividere, far crescere il fatturato pubblicitario in un meccanismo che si autosostiene. Più le persone si inferociscono più condividono. Più condividono più aumenta il fatturato dell’azienda. E se crescono i profitti si moltiplicano anche le risorse da destinare alla ricerca per trovare nuovi metodi di controllo dell’informazione. Un paradosso quindi: aziende che manipolano l’informazione per fare profitti ma affermano che l’informazione non è il loro business. I giornali – quelli seri, almeno – hanno regole da seguire. Anche i pubblicitari hanno regole da seguire. Al contrario Google e Facebook vivono in un mondo di favola dove non esistono limiti alla loro libertà d’azione. Affermano di essere “piattaforme di comunicazione”, ma si tratta di una falsità.

Piattaforma di comunicazione era il telefono, che consentiva a ogni singolo utente di chiamare un altro utente collegato alla rete. Skype è una piattaforma di comunicazione più evoluta. Facebook e Google sono media e come tali dovrebbero essere considerati. È possibile applicare loro le regole create per i media tradizionali come abbiamo provato a fare qui sopra? No, naturalmente. Ma non si può ignorare la realtà. Nuove regole vanno trovate. Per evitare che questi giganti progettino il nostro futuro nei loro laboratori, trattandoci come polli in batteria.

[Fotografia in apertura Getty Images]

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