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26 novembre 2016

Francesco, il papa da toccare

Venivano a San Pietro per vedere Giovanni Paolo II e per ascoltare Benedetto XVI. L’attuale Pontefice ha saputo riallacciare un’empatia, anche fisica, con i fedeli

Iacopo Scaramuzzi

Le persone venivano a San Pietro per vedere Giovanni Paolo II, per ascoltare Benedetto XVI, ora vengono per toccare Francesco, ha rilevato il cardinale francese Jean-Louis Tauran. In questi tre gesti, vedere ascoltare e toccare, nei differenti sensi utilizzati dai fedeli, vi sono le diverse personalità dei tre Pontefici, ma anche una traccia dell’evoluzione del papato.

Il tatto «è il senso più religioso dei cinque. Fa bene dare la mano ai bambini, ai malati: stringere la mano, accarezzare…», ha detto Francesco in una recente conversazione con il gesuita Antonio Spadaro in introduzione a un volume che pubblica in italiano i discorsi e le omelie di quanto era arcivescovo di Buenos Aires (Nei tuoi occhi è la mia parola, Rizzoli, 996 pagine).

Il pastore, per Francesco, «sta in mezzo» al gregge, deve avere «l’odore delle pecore»: «Quanto più ti allontani dalla gente e dai problemi della gente, tanto più ti rifugi in una teologia inquadrata del “si deve e non si deve”, che non comunica nulla, che è vuota, astratta, persa nel nulla, nei pensieri… A volte con le nostre parole rispondiamo a domande che nessuno si pone».

A parlare, certo, è l’argentino, l’educatore gesuita, ma si rischia di ridurre il pontificato di Jorge Mario Bergoglio alla sua persona, magari in maniera macchiettistica, se non si leggono le sue scelte, le sue urgenze, le sue idiosincrasie alla luce dei suoi predecessori, e della crisi che, nel Conclave del 2013, ha portato i cardinali ad eleggere un Papa riformatore.

L’articolo continua nell’ampio dossier di copertina nel nuovo numero di pagina99, in edicola e digitale

[Foto in apertura Getty Images]

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