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24 novembre 2016

Se la ricerca fa male ai ricercatori

Esaurimenti, depressioni e alcolismo. Ecco quanto è stressante la vita degli studiosi

Nico Pitrelli

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016

Le problematiche di salute mentale nel mondo accademico sono più diffuse di quanto si potrebbe pensare, soprattutto tra i ricercatori più giovani. È quanto emerge da alcune storie di vita in laboratorio raccolte in un recente articolo apparso sulla rivista Nature. Le testimonianze degli intervistati restituiscono uno scenario dominato da continue pressioni per pubblicare il più possibile e su giornali di alto profilo, una strenua competizione per accaparrarsi i finanziamenti, crescenti frustrazioni legate alla difficoltà di trovare posizioni adeguate, giornate lavorative che durano dalle 10 alle 12 ore, sabato e domenica inclusi.

Non sorprende che in tale contesto possano insorgere depressione, ansia, insonnia, disturbi dell’alimentazione, problemi di alcolismo. In alcuni casi, purtroppo, si arriva anche a tentativi di suicidio. Il quadro è particolarmente preoccupante tra gli studenti di dottorato e più in generale tra chi si trova ai primi anni di carriera, anche per l’accresciuta insicurezza lavorativa rispetto al passato. I pochi lavori scientifici a disposizione sul disagio psicologico dovuto ai ritmi pressanti della ricerca confermano i resoconti aneddotici. Nel 2013, uno studio esteso a 14.000 universitari britannici e pubblicato dalla University and College Union riportava che gli accademici sperimentano uno stress lavorativo maggiore rispetto al resto della popolazione.

Sempre nel 2013, un’indagine svolta su più di 400 ricercatori in medicina olandesi, e pubblicata sulla rivista Plos One, concludeva che circa il 25 per cento delle persone prese in esame soddisfaceva i criteri di burnout, vale a dire della sindrome da esaurimento emotivo. Anche specifici argomenti di ricerca possono indurre pensieri cupi e depressivi, come accade a diversi scienziati ambientali angosciati dalle implicazioni del cambiamento climatico. Come già sottolineato in un articolo del Guardian del 2014, che animò un inaspettato e partecipato dibattito, nelle università è ancora troppo diffusa una «cultura dell’accettazione» rispetto alle problematiche di salute mentale. Le eccezioni non mancano, ma occorre superare  l’approccio machista prevalente per realizzare ambienti accademici che si prendano cura di chi è in difficoltà.

[Fotografia in apertura di S. Donati / TerraProject / Contrasto]

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