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23 novembre 2016

Viaggio nell’Ucraina che, oltre a Putin, ora teme Trump

Kiev, non ancora nella Ue e fuori dalla Nato, ha bisogno degli Usa per garantirsi autonomia dalla Russia. Ma i legami tra il neo presidente e Putin non rassicurano

Ilaria Morani

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016

A Kiev politici e diplomatici stanno preparando il terreno per organizzare la visita del presidente Petro Poroshenko a Washington l’anno prossimo, nella speranza di portarsi a casa una parola rassicurante dal nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump e garantirsi un po’ di autonomia dalla Russia. La violenza della notizia della sua vittoria ha scosso l’Ucraina come pochi altri Paesi. E i motivi sono tanti. Dopo l’annessione della Crimea alla Russia (contro la volontà di Kiev) e la guerra contro i ribelli filo-russi nelle regioni orientali, la posizione internazionale dell’Ucraina si è fatta sempre più complicata. L’ingresso in Europa non è ancora completo, il Paese si trova al momento con un piede dentro e uno fuori, ha un nemico in casa e non può contare sull’evidente sostegno degli Stati occidentali.

C’è il tema delle sanzioni, che al momento tengono, almeno formalmente, il Cremlino a distanza di sicurezza, ma anche quelle sono state confermate ancora per i prossimi sei mesi, e poi? Trump le cancellerà? Il nuovo presidente Usa e Putin sono legati da moltissimi fili che potrebbero minare l’indipendenza dell’Ucraina. Anche se la Rada, il parlamento ucraino, è terreno di scontri quasi quotidiani e persino fisici, i politici sono nella stragrande maggioranza schierati dalla stessa parte. C’è paura. «L’Ucraina deve essere pronta a camminare da sola», spiega Alyona Getmanchuk, direttore dell’istituto di World Policy a Kiev. «Dobbiamo essere pronti a proseguire con le nostre riforme senza il sostegno degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali». E anche se l’ambasciatore statunitense in Ucraina, Marie Yovanovitch, ha cercato di calmare le acque assicurando che Trump rimarrà un «solido alleato», sono in pochi a crederle.

Ci ha provato anche Poroshenko qualche giorno dopo la vittoria dell’outsider repubblicano, dicendo di «non riuscire nemmeno a immaginare» una mancata collaborazione con gli Usa. «C’è un grande rischio di elezioni anticipate, siamo instabili, ecco perché abbiamo così bisogno di un alleato internazionale», commenta invece preoccupata Kateryni Kruk, attivista della Rivoluzione di Maidan. In molti, dopo essersi espressi con toni quasi terrorizzati sulla nuova leadership americana, hanno poi ritrattato. È il caso del leader del partito radicale Oleh Lyashko, che dopo avere descritto su Twitter la vittoria di Trump come una «catastrofe» si è affrettato a cancellare il pensiero. Lo stesso ha fatto il ministro dell’Interno Arsen Avakov su Facebook, dove aveva definito «pericolose» alcune uscite di Trump a proposito della Crimea. È bene essere decisi, ma non troppo.

Un esplicito endorsement è arrivato senza troppi giri di parole da Andriy Artemenko, leader del partito Solidarity of Right Forces (radicali all’opposizione e vicini all’estrema destra): «Trump? Un ottimo politico che porterà cambiamenti positivi in America», dice, e del resto Artemenko non ha mai fatto mistero di ispirarsi al partito statunitense più conservatore. «Credetemi, cambierà la storia del mondo intero. Ci sarà un nuovo corso anche per l’Ucraina e spero che le relazioni tra l’America e la Russia facciano terminare il conflitto nell’est del Paese. Trump ci riuscirà». Alona Shkrum, giovane parlamentare del partito Batkivshchyna di Yulia Tymoshenko smorza i toni: «Volevo la Clinton alla presidenza in quanto donna. Ma non credo che la posizione dei repubblicani nei confronti della Russia cambi ora. Non credo nemmeno che le sanzioni saranno cancellate. L’arrivo di Trump alla Casa Bianca significa solo che dovremo lavorare più duramente per stabilire un buon rapporto con il nuovo presidente».

In Ucraina Hillary Clinton godeva di grande credito, aveva fatto visita al Paese quando era Segretario di Stato e in molti la ricordano come una donna che «rappresenta la tradizione, l’ordine, l’equilibrio». Serghiy Kiral, deputato europeista tra le fila di Samopomich, partito della coalizione di governo, la descrive così: «Sarebbe sicuramente stata un partner affidabile. Abbiamo bisogno dell’America per riprenderci i nostri territori occupati e con Trump una negoziazione con la Russia appare molto difficile. È anche vero – aggiunge – che due elefanti stanno con fatica nella stessa stanza, prima o poi uno dei due dovrà farsi da parte». Per spiegare meglio la preoccupazione dell’Ucraina nei confronti della nuova guida degli Stati Uniti bisogna tornare alla campagna elettorale di Trump, e guardare anche al suo rapporto con Vladimir Putin.

Il neo presidente si è sempre circondato di figure molto vicine al Cremlino. Il suo responsabile della campagna elettorale, Paul Manafort, è stato il braccio destro del presidente ucraino Viktor Yanukovych, dichiaratamente filo russo e scappato dopo le manifestazioni in piazza Maidan a Kiev. Un legame così controverso da costringere Trump a porre fine al rapporto con il suo collaboratore. Un altro consigliere, Carter Page, fin dal 2004 ha tenuto strettissimi rapporti con la società di energia russa Gazprom, e ha dichiarato pubblicamente, ben prima della vittoria elettorale repubblicana, di essere certo che Trump avrebbe tolto le sanzioni alla Russia. Poi ci sono gli ultimi avvenimenti.

A settembre Trump ha snobbato una visita del presidente Poroshenko a New York, che invece aveva incontrato la Clinton; durante la campagna elettorale il repubblicano ha collezionato una serie di gaffe dicendo di non essere certo che la Russia avesse davvero voglia di entrare in Ucraina (in realtà c’era già con militari e politici, avendo annesso al suo territorio la Crimea). Gli analisti tendono a credere che siano soltanto boutade elettorali, ma Kiev sta sul chi va là. Si teme, in ambienti politici vicini al partito di Poroshenko, che Putin possa «chiedere a Trump di arginare le mire espansionistiche della Nato rispetto al Paese». Secondo questo disegno la Crimea dovrà essere ufficialmente riconosciuta come russa. «E poi», continua il politico, che preferisce mantenere l’anonimato, «la Russia chiederà garanzie affinché l’Ucraina resti fuori per sempre dalla Nato, così da continuare a considerarla uno Stato satellite».

[Fotografia in apertura di Guillermo Cervera / Redux / Contrasto]

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