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22 novembre 2016

‘Una vita come tante’, l’anatomia del dolore secondo Hanya Yanagihara

Arriva il pluripremiato romanzo della scrittrice di origine hawaiana. La storia di quattro amici trasformata in affresco intimista dell’esistenza nel XXI secolo

Paolo Valentini

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016

«Non lo vediamo mai con nessuno, non sappiamo di che razza sia, non sappiamo niente di lui. Post-sessuale, post-razziale, post-identità, post-passato. Il post-umano. Jude il Post-Uomo», dice uno dei protagonisti del suo amico più misterioso. Una vita come tante di Hanya Yanagihara (scrittrice statunitense di origine hawaiana) in uscita in questi giorni per Sellerio (traduzione di Luca Briasco), caso letterario del 2015 (oltre 300 mila copie vendute negli Usa e in Gran Bretagna, vincitore del Kirkus Prize), finalista al National Book Award e al Booker Prize, è la lunga storia di un’amicizia raccontata per oltre tre decenni. In un tempo imprecisato, il romanzo si apre con la ricerca di un appartamento nella Grande Mela da parte di due dei quattro amici per la pelle, subito dopo la laurea.

«New York era un ricettacolo di ambizioni. E spesso, l’ambizione era l’unica cosa che la gente avesse in comune. L’ambizione e l’ateismo». Willem Ragnarsson sogna di fare l’attore, ma intanto lavora in un ristorante alla moda come cameriere. Bello e sensibile, è figlio di una coppia scandinava anaffettiva e rigida (hanno seppellito tre figli) che possiede un ranch nel Wyoming; Malcolm Irvine, rampollo di una famiglia abbiente dell’Upper East Side, è un architetto che lavora presso un importante studio europeo («La razza era sempre stata un problema, per lui, ma durante il primo anno di college era riuscito a individuare quella che gli era sembrata una brillante scappatoia: non era nero, ma post-nero»). Jean-Baptiste Marion, chiamato da tutti JB, figlio di immigrati haitiani, fa il receptionist presso una prestigiosa rivista d’arte in cui ambisce, un giorno, di pubblicare.

Gay, estroverso e autodistruttivo colleziona le foto dei suoi amici nei momenti più mondani nel corso degli anni. Infine Jude St. Francis, una giovane promessa dell’avvocatura nonché appassionato matematico, la cui origine appare misteriosa agli altri. Il più sfuggente dei quattro vive un’esistenza appartata e impaurita. È claudicante, soffre di lancinanti dolori alla schiena; dietro il talento geniale dell’uomo si nasconde un masochista. Ciò che apparentemente può sembrare un resoconto giocoso (tra feste, inviti a cena, discussioni perniciose su letteratura, cinema, teoremi matematici o relazioni naufragate) e carrieristico di quattro giovani uomini intenti a costruire e realizzare i propri sogni lentamente si trasforma in un affresco umano e psicologico da romanzo dell’Ottocento, in cui emergono le sofferenze e i patimenti che la vita dispensa al di là del talento individuale e della classe sociale di appartenenza.

L’autrice non si accontenta di perlustrare i bordi di un’amicizia, ma si inoltra nei territori sconosciuti dell’intimità, in quello spazio in cui le definizioni identitarie sfuggono alle scienze umane. La scatola nera dell’età adulta è l’infanzia. Parafrasando Faulkner, «il passato non è mai realmente passato» e questo Jude lo sa benissimo («Non vedeva l’ora di compiere trentacinque anni, per poter dire che la sua fase adulta era durata più del doppio della sua infanzia»). Con il tempo anche le persone che gli stanno vicino cominciano a capirlo. «Essere amico di Jude significava spesso non porsi le domande che ci si sarebbe dovuti porre, per paura delle risposte». Willem, il più affezionato, non riesce a immaginare una vita senza che ci sia uno spazio fisico e mentale per il suo amico e se ne occupa fino alla fine, fino al commovente finale.

Ma tutti e tre aprono lo scrigno delle emozioni e dei ricordi e pian piano ricostruiscono le anomalie, le contraddizioni e i silenzi di Jude (lui stesso comincia a farlo con il passare delle pagine). Quando si accascia in una stanza vuota e vuole essere lasciato solo; quando devono portarlo all’ospedale per dei tagli alle braccia, di corsa dall’unico medico fidato; «scusatemi tanto», ripete in continuazione, quasi a chiedere perdono a un mondo che pazienta la sua inadeguatezza. «Sono un mostro», aggiunge a completamento di un processo di denigrazione costante. Quando, nel corso degli anni, risparmia i soldi per un’operazione alla schiena che dovrebbe cancellare, come su una superficie sabbiosa, i tagli e le cicatrici che si è autoinflitto per dimenticare una tenera età fatta di violenze e abbandoni.

«Anziché nel ventunesimo secolo, la sua infanzia si sarebbe potuta collocare nel diciannovesimo secolo», ammette uno dei suoi amici. «Una biografia incisa nel sangue e nelle ossa», di cui il lettore viene a conoscenza. Un’esistenza, in breve, su cui incombe il peso del passato e su cui il presente riesce a fare poco, malgrado il tardivo affetto di una famiglia adottiva e dei suoi più fidati compagni. Si può raccontare il punto di vista dei carnefici, oppure quello delle vittime. Si può riflettere sul mondo contemporaneo con un romanzo colto o con una commedia frivola e brillante. Oppure si può scrivere Una vita come tante, appunto. E trovare in questo romanzo di più di 1000 pagine un’anatomia del dolore difficile da dimenticare e allo stesso tempo un manifesto letterario del post-umano del ventunesimo secolo.

[Fotografia in apertura di Henrik Sorensen / Getty Images]

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