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21 novembre 2016

L’ombrello di Draghi rotto sotto una pioggia di populismo

Il rischio di un’Europa governata dai nazionalisti agita i mercati. E ora la Bce può fare poco. Serve un’agenda pro-crescita. Ma manca il leader in grado di imporla

L'Alieno Gentile

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016

Diceva Alexis de Tocqueville che «i grandi partiti rovesciano la società, i piccoli l’agitano; gli uni la ravvivano, gli altri la depravano; i primi talvolta la salvano scuotendola fortemente, mentre i secondi la turbano sempre senza profitto». Ancora non sappiamo se il partito del presidente eletto Donald Trump sia il grande partito Repubblicano che sta ravvivando la società e la sta scuotendo fortemente, o se – dopo la dissociazione degli esponenti di spicco del Gop – il partito di Trump sia un piccolo partito destinato solo ad agitare la società, a renderla depravata e a turbarla senza profitto. Saper sospendere il giudizio è indice di saggezza. Ciò non toglie che Trump racchiude in sé un potenziale distruttivo che non consente di stare a guardare a braccia conserte l’evolversi degli eventi.

La globalizzazione ha colto i cittadini occidentali nel mezzo del guado: hanno pagato con reddito, lavoro e diritti l’uscita di miliardi di persone dalla povertà assoluta come mai era avvenuto nella storia dell’umanità; proiettando nel futuro ciò che finora si sono visti portare via, a poco a poco stanno scegliendo di tornare indietro spinti da un misto di paura, nostalgia e di progressivo indebolimento delle speranze. Quando ritroveranno la sponda scopriranno di non aver riconquistato ciò che sentono smarrito, ma ormai sarà tardi per rimpiangere di non aver completato il tragitto e l’idea di ricominciare il viaggio daccapo dovrà essere digerita, e pertanto occorrerà dell’altro tempo ancora.

Ciò che ci si aspetta dalla democrazia è che dia poco ai governanti e molto ai governati. Il contrario avviene nelle aristocrazie. Quello a cui assistiamo fin dagli anni ’90 è invece un progressivo allargamento delle disuguaglianze all’interno delle singole economie occidentali, a favore di un abbattimento delle disuguaglianze globali. Oggi negli Stati Uniti l’1% più ricco detiene il 40% delle ricchezze, mentre il 70% più povero dispone solo del 7% del totale (fonte: Institute of Policy Studies). È da qui che nasce l’astio verso le élite, un astio urlato con il voto per la Brexit e ribadito con la scelta di Trump come presidente americano. Ma al tempo stesso un astio che non è affatto nuovo: la campagna che portò Obama alla presidenza nel 2008 era interamente finanziata da piccoli donatori, basata su un uso intelligente di internet e per la prima volta incentrata sui Big Data.

Fu una campagna nettamente anti-establishment, che si ripeté nel 2012 quando l’avversario da sconfiggere era un peso massimo delle élite: il miliardario finanziere Mitt Romney. Quest’anno il ruolo di élite è toccato a chi, nella percezione di molti elettori, si sollazzava a traghettare la Casa Bianca dal primo presidente di colore al primo presidente donna, mentre l’americano medio fatica sempre di più ad arrivare a fine mese. L’ondata populista e anti-sistema è in crescita da anni ed in Europa, nei prossimi mesi, il quadro politico può cambiare molto: il successo della Brexit e di Trump è il trampolino ideale per la vittoria di altri movimenti che puntano sul nazionalismo, e i mercati lo hanno segnalato subito.

In una sola settimana dall’elezione di Trump gli spread (il differenziale di rendimento rispetto ai rendimenti dei titoli tedeschi, ndr) in Ue sono saliti rapidamente: Italia +20%, Spagna +15%, Francia +50%, Austria +50%, Olanda +50%, Belgio +60%. Si torna a paventare un rischio di divisione dell’Europa, e il punto diventa capire chi possa arrestare questa palla di neve prima che diventi una slavina. Gli ultimi mesi hanno mostrato in maniera chiara che la capacità di intervento della Banca centrale europea (Bce) si è pressoché sterilizzata: siamo in prossimità di un’inversione di tendenza nella politica monetaria perché le controindicazioni di un atteggiamento iper-espansivo stanno ormai superando i vantaggi offerti al mercato.

Le banche in tutta Europa sono in forte crisi a causa dei tassi zero, e senza profitti non riescono ad attrarre nuovi capitali per rinforzarsi. Pertanto questa volta non potrà essere Mario Draghi a inforcare gli occhiali da sole e dire whatever it takes, anche perché il tema non è salvare l’euro (la moneta della Bce) ma l’Unione europea, un soggetto politico. L’inerzia politica è tale che se Marine Le Pen arriverà al ballottaggio nelle prossime presidenziali francesi, scenario non solo plausibile ma probabile, qualunque esito diventa possibile. La pressione dell’incertezza politica si sta dunque scaricando prevalentemente sui mercati obbligazionari, in parte per allargamento degli spread, ed in parte perché la spirale nazionalista continua a prendere vigore e induce aspettative di maggiore spesa pubblica, minore pressione fiscale, in sintesi più debito e più inflazione.

I rendimenti salgono, spinti anche dalla sensazione che le politiche monetarie della Fed e presto anche della Bce non avranno più il pedale dell’acceleratore premuto fino in fondo. Il fascino delle ricette protezioniste in tempi di crisi è storicamente molto elevato. Ma l’impatto globale, quando il protezionista è la prima economia del mondo, rischia di avere effetti senza precedenti. Un approccio intransigente nei confronti della Cina, per esempio, porterebbe a un deprezzamento dello yuan con rilevante impatto per tutte le economie mondiali. Moldavia e Bulgaria hanno eletto la scorsa settimana due leader pro-Putin, aumentando le probabilità che l’influenza russa torni a estendersi ai confini della fu Unione Sovietica.

In Europa le disuguaglianze sono ampie e radicate, già a dicembre l’Austria potrebbe unirsi al coro dei nazionalisti. Resta pochissimo tempo ai governi europei prima che le forze centrifughe prendano definitivamente il sopravvento, ma manca una figura politica che possa ergersi a baluardo della Ue. Serviranno alla svelta riforme pro-crescita, un piano che metta definitivamente a tacere il tema del debito greco, e l’avviamento di un piano europeo di Difesa, a prescindere dal reale ridimensionamento delle forze americane nelle basi Nato. A Bruxelles serve un salto in avanti nel progetto di Unione, e manca drammaticamente un portavoce che catturi consenso o che abbia un margine di manovra sufficiente a porsi come frangiflutti.

[Fotografia in apertura di Getty Images]

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