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21 novembre 2016

Perché il Partito comunista cinese cambia la data della Lunga Marcia

La ricorrenza è stata posticipata di un anno, al 1936. Per ricordare la riunificazione di tutte le armate maoiste. E puntare sull’unità del popolo. In un Paese che ha dimenticato

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016

«Non importa quanto ci siamo sviluppati o quali grandi successi abbiamo raggiunto… Dobbiamo ritrovare lo spirito della Lunga Marcia per avanzare in “una nuova Lunga Marcia”». L’autoradio trasmette le parole del presidente Xi Jinping che celebra l’80esimo anniversario della fine della lunga marcia e il tassista è in brodo di giuggiole. «Se non ci fosse stata la Lunga Marcia, non esisteremmo neanche noi», asserisce fiero facendo il verso a uno slogan maoista che recita: «Se non ci fosse stato il Partito comunista, non esisterebbe la nuova Cina». Sorridiamo e ci guardiamo intorno. Siamo fermi nel traffico di Pechino, circondati da grattacieli.

I marciapiedi sono occupati da bancarelle che non lasciano spazio ai pedoni. Per strada vige la legge del più forte: il camion vince sull’autobus, che se la batte con il suv, che si impone sulle macchine, che possono rifarsi, nell’ordine, su tricicli elettrici, biciclette e passanti. Nessuno dei partecipanti alla Lunga Marcia poteva immaginare un futuro simile per il suo Paese. Sono passati ottant’anni da quando, in 368 giorni, l’Armata rossa percorse a piedi circa novemila chilometri. Partirono in circa 80 mila e arrivarono in 8 mila, uno su dieci. Ma si salvarono dai Nazionalisti guidati da Chiang Kai-Shek, incoronarono Mao Zedong leader assoluto e si ricostituirono con base Yan’an, la «capitale rossa».

È il mito fondativo del Partito comunista cinese che si trasforma in Stato. Decimati dalla guerra, dalle malattie, dalla fame e dalla fatica furono tanto fieri e convinti da ristrutturarsi per portare a compimento il loro “sogno rivoluzionario”. «La minoranza che sopravvive alla Lunga Marcia è convinta di aver fatto qualcosa di straordinario», ci spiega Guido Samarani, professore alla Ca’ Foscari che sta approfondendo proprio gli aspetti meno conosciuti di quel periodo.

«L’importanza della volontà umana è sempre stato uno degli elementi più forti del pensiero politico di Mao: le difficoltà materiali possono essere superate se la volontà umana è determinata. E, ovviamente, se c’è una buona guida». È questo spirito che oggi il presidente Xi Jinping vuole risvegliare nel suo popolo. La passione politica che porta a sacrificare anche la propria vita pur di realizzare un sogno. Il questo caso, il “rinascimento cinese”.

L’articolo continua sul nuovo numero di pagina99, in edicola e digitale

[Fotografia in apertura di Jason Lee / Reuters / Contrasto]

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