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18 novembre 2016

L’olio di palma e la verità ai tempi di Internet

Dal famigerato grasso vegetale all'endorsement di Papa Bergoglio per Trump, come la verità (o post-verità) è diventata un concetto personale

Editoriale

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016

Nell’anno della Brexit e dell’elezione di Donald Trump, il Dizionario Oxford ha dichiarato il termine “post verità” parola dell’anno. E non per ritorsione contro i cittadini britannici e americani che hanno compiuto scelte che le élite considerano censurabili. Ma perché questo è avvenuto dopo due campagne elettorali funestate da una lunga serie di menzogne a cui l’ecosistema del web e dei social network ha garantito un effetto moltiplicatore senza precedenti. In questo numero di pagina99 ricostruiamo con una lunga inchiesta (alle pagine 4-7) l’evoluzione della campagna contro l’olio di palma, un fenomeno quasi esclusivamente italiano, spiegando perché l’Italia si stia avviando a essere l’unico Paese “palm free” al mondo.

Chiunque entri in un supermercato o accenda la tv noterà decine di messaggi pubblicitari di prodotti dichiarati “privi di olio di palma” con la stessa insistenza cui cui trent’anni fa – dopo l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl – le aziende di latticini si preoccupavano di segnalare che i loro prodotti erano stati confezionati con latte munto prima di quell’infausto 26 aprile 1986. Questo giornale non si erge a difensore dell’olio di palma, che ha i suoi problemi – segnalati dalle organizzazioni italiane ed europee che si occupano della nostra salute – come altre centinaia di prodotti. Sappiamo bene (e la nostra inchiesta lo documenta) che il suo uso causa qua e là nel mondo qualche alzata di sopracciglio esattamente come altre centinaia di prodotti di cui si sconsiglia l’abuso, compreso il burro.

Aggiungiamo che, di per sé, il caso può anche essere considerato irrilevante. In fondo il mondo andrà avanti senza questo alimento, e gli industriali del settore troveranno (lo hanno già fatto quasi tutti) dei prodotti sostitutivi. Più interessante è il meccanismo che ha portato l’industria italiana al completo (unica eccezione: Ferrero) a sentirsi obbligata a eliminare questo prodotto dalle etichette. Senza che nessun organismo scientifico nazionale o internazionale abbia mai lanciato l’allarme. Senza che alcun elemento risolutivo e convincente sia mai emerso da una ricerca. Senza che la comunità scientifica si sia espressa in modo ufficiale (né ufficioso) per chiedere la messa al bando dell’odiato estratto. L’olio di palma è diventato “radioattivo”, intoccabile per un sussurro sul web che poi è diventato un coro, un boato, un urlo firmato da centinaia di migliaia di persone.

Tutto ciò naturalmente ha cause profonde. Evidentemente se le post-verità si impongono sul web è perché i tradizionali detentori della verità – gli esperti, gli scienziati, gli accademici, per non parlare dei giornalisti e dei politici – hanno perso credibilità. Questa cieca sfiducia consente a chiunque di disseminare qualunque affermazione che appaia anche solo lontanamente verosimile nella speranza che venga moltiplicata dai social media senza alcun filtro, con un passaparola che da una parte è il sale della democrazia e della libertà, e dall’altra può diventare il suo veleno. All’inizio di settembre l’Economist dedicò una straordinaria cover story (con il profilo di Donald Trump addobbata con una lingua biforcuta) all’arte della menzogna: Post truth politics in the age of social media, “la politica della post-verità nell’era dei social media” era lo strillo di copertina.

È un problema che sta scuotendo Facebook anche al suo interno, con i dipendenti che si rivoltano contro la leadership per la sua incapacità di risolvere il problema di un social media con quasi due miliardi di utenti che non riesce a bloccare la diffusione a macchia d’olio delle notizie senza fondamento. Un esempio? Nelle settimane prima delle elezioni si diffuse la notizia che papa Bergoglio aveva fatto l’endorsement a Trump. Ovviamente si trattava di un falso e la fonte citata (il Denver Guardian), era un giornale inesistente.

Quell’informazione assurda arrivò sulla pagina Facebook di milioni di persone che probabilmente non furono mai raggiunte dalla smentita perché ognuno di loro vive in una bolla mediatica, favorita dagli algoritmi di Facebook, dove passano solo certe news e non altre. È solo un esempio di quanto sia personale il concetto di verità ai tempi di Internet. «Non sarei sorpreso se il termine post-verità diventasse una delle parole che definiscono il nostro tempo», ha dichiarato il presidente dei Dizionari Oxford Casper Grathwohl. Il caso dell’olio di palma che raccontiamo in queste pagine dovrebbe far riflettere.

[Fotografia in apertura di Sandra Hoyn / Laif]

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