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18 novembre 2016

‘Caro Autore’, ovvero come ti rifiuto un capolavoro

Un nuovo libro a cura di Riccardo Bozzi immagina 50 ipotetiche lettere di rifiuto indirizzate agli autori di grandi capolavori della letteratura

Luigi Cruciani

La storia della letteratura è fatta (anche) dai rifiuti editoriali. Quanti romanzi hanno subito il fatidico e perentorio “no” da parte degli editori – salvo poi diventare capolavori immortali? Per non parlare poi di quei romanzi che, seppur non amati dai critici, sono diventati bestseller con vendite a sei zeri? A voler elencare solo i più famosi, vanno annoverati Nabokov, Melville e Orwell, Plath e Hemingway e, in tempi più recenti, Jeanne K. Rowling (ben otto “no” prima che le avventure del maghetto Harry Potter fossero accolte dal nono, lungimirante editore) e così via.

È una storia nota, ormai raccontata. Ciò che è ignota, invece, è la reazione che avrebbe avuto l’odierno sistema editoriale di fronte alle più grandi opere di tutti i tempi. Da questa felice intuizione parte Riccardo Bozzi nel suo Caro Autore, appena pubblicato da Bompiani (e illustrato da Giancarlo Ascari e Pia Valentinis). Qui l’autore immagina 50 ipotetiche lettere di rifiuto e costruisce un libro intelligente e spassosissimo.

Qualche esempio? Ecco la lettera a Miguel de Cervantes dopo la lettura del Don Chisciotte: «Troooppo lungo. E me lo ambienti in Spagna? Ma facciamo nel Far West, per favore. L’avventura, la Frontiera, quello che vuoi. Ma non la Spagna. Fra l’altro, mulini a vento in Spagna? Nemmeno nel Far West andrebbero granché bene, d’accordo, ma i mulini a vento non sono in Spagna. I mulini a vento sono in Olanda. I mulini SONO l’Olanda. E io non ambienterei mai un romanzo in Olanda. È un mercato talmente piccolo».

Anche l’Amleto di Shakespeare sarebbe rifiutato con laconica e stringata eleganza: «Gentile Mr. Shakespeare, per essere il più conciso possibile: essere. Nessun dilemma». Non da meno I tre moschettieri di Alexandre Dumas: «Monsieur, il titolo recita I tre moschettieri, ma a una lettura attenta ce ne risultano quattro. Potrebbe chiarire per favore? Il pubblico non ama essere disorientato». L’ipotetico editor spacciatore seriale di rifiuti non mancherebbe ovviamente qualche cattiveria, come con l’Orlando di Virginia Woolf: «Maschio? Femmina? Epoca elisabettiana? Oggi? Si rifaccia viva quando le viene una trama più coerente, grazie».

Insomma, ce n’è per tutti. Pure per James Joyce, il cui Finnegans Wake farebbe (forse?) scrivere queste parole: «Caro Joyce,non vorrei apparire invadente, ma conosco un buon logopedista». L’idea di giocare con i capolavori è vincente. Il libro si legge d’un fiato, anzi, si gusta davvero fra alzate di genio e ironia distillata con troppa evidenza per risultar sgraziata. Ecco per esempio il rifiuto alle Profezie di Nostradamus: «Se sa leggere il futuro, perché si è preso la briga di mandarci il suo manoscritto?»; o anche Herman Melville col suo Bartleby lo scrivano: «Caro Melville, preferirei di no. Con stima».

E così via, fra un Flaubert (Madame Bovary: «E il sesso dov’è?») e un Jerome David Salinger (Il giovane Holden: «Salinger carissimo, sublime. Adesso partiamo con una bella campagna pubblicitaria. Metteremo la tua foto dappertutto»).

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