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15 novembre 2016

Qualcuno ha studiato i tornei di scacchi per capire il gender gap

Il gender gap sul lavoro spiegato con uno studio sui tornei di scacchi. Entrambi contesti competitivi. Dove i pregiudizi e la diversità di genere creano tensioni

Luciano Canova

Dal numero di pagina99 in edicola il 12 novembre 2016

Che esista un gender gap all’interno del mondo lavorativo è palese e lo mostrano dati inequivocabili. La differenza salariale media (a favore degli uomini) nei Paesi Ocse è del 18%; al netto, tra l’altro, di tutti i possibili effetti confondenti. Inoltre, soltanto un membro su 7 nei consigli di amministrazione delle aziende americane o europee è una donna. Insomma, la netta sperequazione è chiara e incontrovertibile. Ma qual è il contesto ideale per misurare la competizione uomo-donna, magari riproducendo anche la composizione schiacciante in termini di sproporzione a favore dei maschi, all’interno del mondo aziendale?

Peter Backus, economista dell’Università di Manchester, e alcuni suoi colleghi dell’università di Barcellona hanno utilizzato un dataset originalissimo, che prende informazioni dal mondo professionistico degli scacchi. Proprio così: hanno preso in considerazione partite e tornei di scacchi giocate in tutto il mondo tra 2012 e 2013. È una mole di informazioni notevole, perché fa riferimento a 57.936 partite giocate da 7.932 giocatori diversi provenienti da 154 federazioni nazionali. Ma prima di arrivare ai risultati di questa ricerca facciamo un passo indietro. Se si cerca di trovare la causa del gap tuttora esistente tra uomini e donne, le scienze sociali propongono normalmente tre spiegazioni distinte.

La prima parla di discriminazione in ambito lavorativo; la seconda attribuisce il gap nella performance alla differenza di abilità cognitive; la terza, infine, sottolinea come uomini e donne mostrino, sul mercato del lavoro, preferenze diverse, anche condizionate dal contesto, che si traducono di conseguenza in risultati economici tanto diseguali. In realtà, nessuna di queste spiegazioni riesce a soddisfare in pieno, mentre una letteratura molto più recente e in rapido sviluppo ha inserito nell’arena un altro fattore decisivo: la differenza nei livelli di competitività tra uomo e donna. Un’evidenza sperimentale crescente, infatti, mostra che le donne, quando si trovano in un contesto competitivo, tendono ad avere prestazioni peggiori degli uomini: esiste a tal proposito un articolo del 2003 pubblicato da Uri Gneezy e Aldo Rustichini sul Quarterly Journal of Economics che ne dà contezza: è come se le donne, in qualche modo, si facessero più timide nello scontro e ne scivolassero fuori.

Ovviamente, se la spiegazione è di questo tipo, la differenza salariale prima accennata potrebbe essere letta come l’effetto di una mera strategia di ottimizzazione del management che, puntando ad aumentare la produttività, conduce, in un circolo vizioso, alla persistenza del gap salariale e a una altrettanto forte sotto-rappresentatività delle donne nei posti che contano, che a loro volta incidono sulla composizione di genere e sulla prestazione lavorativa delle donne. Torniamo a Peter Backus, ai suoi coleghi di Barcellona e alla loro ricerca, pubblicata con il titolo Gender, competition and performance: evidence from real tournaments. Perché mai gli scacchi dovrebbero rappresentare un setting ideale per questo tipo di analisi empiriche?

Innanzitutto, perché anche negli scacchi c’è una forte differenza di genere: il mondo dei giocatori professionisti di scacchi è composto da donne solo per l’11% e c’è solo una donna nella top 100 del ranking mondiale (la cinese Hou Yifan). In secondo luogo, proprio come l’universo lavorativo, anche quello scacchistico è fortemente caratterizzato da stereotipi. Non è un caso che l’articolo scientifico inizi con una citazione del grande campione Bobby Fischer, che rilasciò nel 1962 questa dichiarazione all’Harper’s Magazine: «Sono tutte deboli; tutte le donne. Sono stupide in confronto agli uomini. Non dovrebbero giocare a scacchi, sapete. Sono delle principianti. Perdono ogni match contro un uomo. Non c’è una giocatrice di scacchi al mondo che, anche con a disposizione tutti i vantaggi che volete, io non sia in grado di battere comunque».

Il clima, come potete vedere, non è dei migliori per una donna che volesse avventurarsi in questo territorio. Un altro aspetto fondamentale è che gli scacchi sono una delle poche discipline in cui è possibile verificare l’effetto della competizione one to one, donna contro uomo, senza interferenze esterne. Inoltre, trattandosi di un gioco fondamentalmente computazionale, è un’attività in cui la fortuna gioca un ruolo praticamente nullo (se lo si confronta con i giochi d’azzardo, per esempio) e in cui è richiesta una grande abilità cognitiva. Gli scacchi, infine, dispongono di molte metriche per valutare le capacità di un giocatore, nonché la qualità delle sue mosse: i ricercatori, in particolare, hanno considerato soltanto individui con un Elo (indicatore internazionale di forza relativa del giocatore, che assume valori da 0 a crescere) di almeno 2000 punti (quello, cioè, dei giocatori esperti), in sostanza per replicare le condizioni di abilità relativa e stress che, ad esempio, portano donne e uomini a competere per posizioni di responsabilità e potere all’interno di un consiglio di amministrazione.

Studiando i dati sulle partite e stimando diversi modelli per verificare le varie ipotesi allo studio, i risultati della ricerca ci dicono che le donne producono una performance del 15 % peggiore degli uomini, ma non per una questione di abilità o talento innato. In realtà, le donne peggiorano la propria prestazione relativa solo quando si trovano di fronte a un uomo, e non perché quest’ultimo migliori la propria strategia. Sembra, semplicemente, che la composizione di genere impatti, peggiorandola, sulla prestazione delle donne, in modo assolutamente indipendente dalle capacità di queste ultime, che sono in tutto e per tutto comparabili a quelle di un uomo.

Gli autori propongono diverse evidenze a favore della teoria degli stereotipi: in un contesto competitivo, cioè, dove forti stereotipi stigmatizzano particolari soggetti, questi ultimi si trovano sotto pressione e peggiorano la propria performance. Ciò avviene, negli scacchi, in parte perché si riduce la working memory, l’abilità rilevante di un giocatore, oppure perché un’aumentata sudorazione o tachicardia possono compromettere la concentrazione durante la partita. Un risultato interessante è che gli uomini, quando si trovano a giocare contro una donna, tendono a resistere più di queste ultime prima di abbandonare il match, quasi che l’orgoglio impedisse loro di accettare la sconfitta contro l’oggetto dello stereotipo.

L’articolo scientifico cita la spiegazione del differente livello di competitività come argomento forte a sostegno di strumenti di blind competition, allorché, per esempio, nel mercato del lavoro si aprono posizioni che vedono contrapposti un uomo e una donna. Impedire sul nascere effetti di composizione di genere potrebbe avere ricadute positive sulla selezione del personale in base al merito. Anche perché, se qualcuno volesse farsi alfiere della discriminazione di genere portando come argomento la presunta predisposizione degli uomini a fare certi tipi di lavori, potreste avere da oggi un argomento empirico più che valido per metterlo in scacco. E dargli anche del matto.

[Fotografia in apertura di Everett Collection / Contrasto]

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