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12 novembre 2016

La vittoria di Trump parla di noi

Ci sono inquietanti similitudini tra la vittoria del tycoon e l’evoluzione dello scenario politico europeo. I prossimi appuntamenti elettorali sono tutti a rischio

Editoriale

Da quello che emerge dalle prime analisi sul comportamento degli elettori americani, sembra che a far perdere Hillary Clinton sia stato soprattutto il voto dei lavoratori maschi bianchi, e in generale quello delle periferie e dei piccoli paesi. Siamo abituati a vedere le mappe elettorali americane con gli Stati rossi (i repubblicani) al sud e nel centro, quelli blu (democratici) al nord e sulle due coste. Ma in questa occasione l’area rossa si è dilatata alla Pennsylvania (conquistata facilmente da Obama) e agli stati industriali che confinano con il Canada.

C’è un’altra divisione che si è fatta più netta, quella tra le città da una parte e i piccoli paesi dall’altra. Il partito democratico ha perso per strada l’appoggio di un numero crescente di lavoratori bianchi, persino di molti iscritti al sindacato. Come se fosse ormai diventato il partito delle minoranze (neri, gay, ambientalisti) e delle élite, da una parte privilegiando i diritti di gruppi selezionati e l’adesione alla cultura della globalizzazione, dall’altra trascurando le esigenze economiche dei più poveri.Probabilmente in tutto ciò ha avuto un ruolo il candidato scelto dai democratici, un’Hillary Clinton troppo legata a Wall Street e ai miliardari della Silicon Valley per convincere i lavoratori impoveriti dalla crisi economica e sempre più inquieti per la crescita dei fenomeni migratori. Ma la difficoltà di questo partito a conquistare i ceti meno abbienti non è una novità.

Ci sono inquietanti similitudini tra la vittoria di Donald Trump e l’evoluzione dello scenario politico europeo. In Gran Bretagna il voto di giugno sulla Brexit ha messo in luce uno scenario che ricorda da vicino quello americano. A favore dell’uscita dall’Europa hanno votato le aree più povere del Paese, contro si sono schierate Londra e le altre grandi città.

In Italia il comportamento degli elettori sembra seguire le stesse fluttuazioni geografiche, con le periferie orientate a un voto antiestablishment e i centri città più legati alla sinistra tradizionale. La geografia del voto alle ultime amministrative romane – con il candidato del Pd che riesce a imporsi solo nei quartieri più borghesi delle città – la dice lunga sulla capacità di quel partito di ottenere il consenso degli strati sociali più umili e dei giovani che soffrono, più degli altri, gli effetti negativi della crisi economica.

Ovunque nel nostro Paese si registra un’analoga reazione dei cittadini più poveri e meno istruiti, spaventati dall’effetto combinato della crisi economica e dall’aumento dei flussi migratori. È come se la sinistra dei diritti e del multiculturalismo, nella sua (a nostro parere) giusta battaglia per le minoranze, fosse percepita come l’élite da battere da parte di una grande parte del Paese che non ha lavoro e vede gli immigrati come un nemico da combattere. Si tratta di un tema a cui questo giornale ha dedicato una copertina molto discussa solo tre settimane fa, chiedendosi – sulla base di uno studio del Centro Europa Ricerche – se una delle ragioni del gran rifiuto verso i migranti di un numero crescente di cittadini non fosse proprio il fatto che i “nuovi italiani” sono effettivamente concorrenti diretti, almeno nelle occupazioni di basso livello, dei lavoratori italiani.

E la situazione diventa tanto più complessa quanto più si approfondisce la crisi delle periferie urbane e del meridione, con una disoccupazione endemica e un’immigrazione sempre più intensa. Il fatto che la Germania sia l’unico Paese dove i partiti tradizionali ancora reggono aiuta a spiegare quello che accade altrove. Non a caso quello tedesco è lo Stato che affronta nel modo più efficiente e razionale il dramma degli immigrati, ospitandoli civilmente, fornendo corsi di formazione e inserimento nel mondo del lavoro.

Non c’è da stupirsi se in Italia, dove troppe migliaia di migranti sono abbandonati a se stessi e ogni notte riempiono i parchi e le stazioni, provocano il rigetto di una parte crescente della popolazione. Il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump lanciano un campanello d’allarme che deve essere preso in considerazione molto seriamente nell’elaborare nuove politiche sull’occupazione e sull’immigrazione.

I prossimi appuntamenti elettorali in Europa sono tutti a rischio. Il referendum sulla legge costituzionale che si svolgerà in Italia il 4 dicembre potrebbe concludersi con un’ondata di no per ragioni del tutto estranee al quesito posto ai cittadini, con un forte effetto destabilizzante. Sempre a dicembre la destra radicale austriaca porterà probabilmente alla presidenza un suo esponente, Norbert Hofer. E poi nel 2017 una sinistra francese senza candidati credibili si vedrà obbligata a votare per il conservatore Juppé per evitare di ritrovarsi Marine Le Pen all’Eliseo. Per non parlare dell’Olanda, dove la destra xenofoba è al 30%.

Il voto americano non ci riguarda solo per le politiche che Donald Trump metterà in atto. Quel voto parla di noi.

[Foto in apertura di The New York Times / Contrasto]

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