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10 novembre 2016

Cos’è l’intersessualità per la medicina

Dal punto di vista scientifico esaminare le differenze è necessario. Non sempre serve la chirurgia, ma una diagnosi sì. Perché può salvare delle vite

Giuliana De Vivo

Dal numero di pagina99 in edicola il 5 novembre 2016

Lo scorso settembre, a Palermo, un bambino di due anni registrato all’anagrafe come femmina è stato operato due volte: prima gli è stato ricostruito il pene, poi gli sono stati asportati l’utero e la vagina – accennati, non del tutto sviluppati – con cui era nato. Dal punto di vista scientifico è un intervento chirurgico “eccezionale”, come hanno scritto alcune riviste specializzate. Quella del bambino era una delle tante forme in cui può manifestarsi in natura la non corrispondenza tra l’assetto cromosomico e l’aspetto degli organi sessuali periferici. Forme bollate, in tempi nemmeno tanto lontani, come ermafroditismo, oggi definite come “alterazioni dello sviluppo sessuale”. Le (future) preferenze sessuali non c’entrano, la medicina guarda a geni, ormoni e fenotipo: se questi elementi non sono allineati, c’è un “disturbo”, una “anomalia”.

La varietà dei casi è tanto ampia e complessa che nel 2006, a Chicago, un Consensus internazionale si è riunito per ristabilire nomenclatura e definizioni, producendo un documento considerato una pietra miliare nel mondo della medicina. In generale, il faro guida per stabilire se siamo di fronte a un maschio o a una femmina è il genotipo. Quello del bimbo di Palermo è XY, maschile, perciò è stato operato. «Non farlo sarebbe stato eticamente sbagliato», dice a pagina99 il professor Marcello Cimador, chirurgo esperto di malformazioni congenite pediatriche e autore dell’intervento.

«Il bambino avrebbe avuto, per esempio, una voce da maschio. Questa e altre ambiguità, negli anni, gli avrebbero causato sofferenza. Se oggi abbiamo potuto agire è perché, al contrario di un tempo, siamo in grado d’individuare l’androgenizzazione cerebrale: durante la gestazione il cervello del piccolo è stato esposto agli androgeni che orientano verso la mascolinità». Crescendo, insomma, la scienza ritiene che l’aspetto maschile avrebbe prevalso, al netto degli organi sessuali esterni. A volte l’intervento medico è questione di vita o di morte, come nell’iperplasia surrenale : «Nei soggetti con cariotipo 46 XX (assetto cromosomico femminile, ndr) l’alterazione della ghiandola surrenale ha come effetto un eccesso di produzione di androgeni», spiega a pagina99 il dottor Gianni Russo, pediatra endocrinologo del San Raffaele di Milano.

Le donne affette da iperplasia presentano una clitoride “ipertrofica”, ingrossata, più simile a un pene. Hanno una vagina e un utero, e una capacità di riprodursi teorica, che per essere concreta può richiedere un intervento chirurgico (per separare l’unico canale che, in molti di questi casi, unisce vagina e uretra, le quali di norma hanno due sbocchi separati). Ma a prescindere dalla possibilità di avere figli, «se non si interviene su questa insufficienza con una corretta terapia ormonale la paziente può morire», precisa Russo. «Questo è uno dei casi più diffusi, rappresenta circa l’80% degli stati intersessuali», sostiene Emilio Merlini, responsabile di urologia pediatrica all’ospedale Regina Margherita di Torino, «ma molte delle persone che hanno questa patologia nemmeno vogliono essere classificate come intersessuali, perché si tratta, appunto, di un’alterazione ormonale, e non ci sono dubbi sull’attribuzione del genere».

Il criterio dei cromosomi non è però una legge ferrea. Le donne in cui si riscontra l’insensibilità completa agli androgeni, per esempio, hanno genotipo XY, maschile, ma sono considerate femmine: «Di solito sono anche belle ragazze, alte, con poca peluria», racconta Russo. In questi casi ci sono dei testicoli interni che producono testosterone come negli uomini, ma per un blocco recettoriale a livello esterno si formano genitali femminili.

Chi si trova in questa condizione può scoprirlo anche direttamente nella pubertà, per l’assenza di mestruazioni. Queste donne sono sterili perché non hanno un utero, qualche volta hanno una vagina più piccola del normale, «sulla quale si potrà intervenire chirurgicamente per allargarla, così da evitare situazioni di disagio», spiega Russo, per esempio durante il sesso: possono avere un’attività sessuale analoga a quella di qualunque donna, orgasmo compreso. Disturbo, patologia. Le parole della medicina sono queste. «Al di là della semantica è certo che, se non sempre è necessaria la chirurgia, una diagnosi serve sempre per capire le ragioni di queste alterazioni», precisa Russo.

I casi di intersessualità in cui è più difficile decidere sono «situazioni ambigue, per esempio di persone che nascono con un testicolo da una parte e un’ovaia dall’altra», spiega Ermili. Ambiguità è l’altra parola chiave. Questi casi, continua, «riguardano un nato ogni 5 mila circa, e se non ci sono rischi per la salute si può decidere di aspettare che il soggetto cresca e faccia poi una scelta». O decida di non scegliere: «Qui a Torino ho una persona che ha superato l’adolescenza, cui è stata fatta un’attribuzione sessuale femminile alla nascita, che non ha un organo riproduttivo. Le abbiamo offerto di ricostruire una vagina ma lei, seguita da una psicologa da quando era piccola, per ora ha rifiutato. E nessuno di noi ha insistito».

La scienza ammette l’ambiguità, seppure in rarissime situazioni. In cui «sarebbe opportuna l’introduzione di un terzo genere anche nella legislazione», riflette Ermili, «perché la legge richiede l’iscrizione all’anagrafe del nato come maschio o come femmina”. E «per quanto i medici possano consigliare, alla fine sui bambini decidono comunque i genitori», conclude.

[Foto in apertura di Contrasto]

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