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8 novembre 2016

Fatta la Brexit, lo Ukip non sa più che fare

Farage si è dimesso, la leadership è vacante, le idee latitano. Ottenuta l’unica cosa che davvero voleva, il partito attraversa una piena crisi d'identità

Gabriele Carrer

Londra. E adesso, dopo il voto per Brexit, che cosa ne sarà dello Ukip? Il partito indipendentista britannico ha raggiunto il suo scopo e ora Nigel Farage, il suo carismatico leader, ha deciso di riposarsi prima di immergersi nel tour che lo vedrà coinvolto nell’esportazione del modello indipendentista e antieuropeista nel Vecchio Continente. Senza più un obiettivo né un capo amato e ascoltato dai suoi, all’interno sono esplose le tensioni.

Mettetevi, ad esempio, nei panni di un leghista della prima ora: con idee nuove e un pizzico di populismo, in pochi anni avete colmato un vuoto nella politica, ottenuto popolarità, consenso e rappresentanza. Anche grazie alla vostra magnetica guida la Padania è stata liberata con un referendum per l’indipendenza: in vent’anni quell’unico grande progetto da mito è diventato realtà. Il giorno dopo Bossi si dimette, saluta e ringrazia tutti promettendo: «Inizierò un tour per raccontare al mondo come si fa. Si comincia dai baschi per continuare con i valloni e poi tutti gli altri popoli che reclamano l’indipendenza». Ma il partito è in balia dell’incertezza: una nave in mare aperto, senza meta, senza bussola e senza capitano. La situazione dello Ukip è assai simile a questo scenario immaginario.

Lo Ukip, fondato nel 1993, nel 1999 entra al Parlamento europeo e solamente nel 2015, anche in ragione del sistema maggioritario con collegio uninominale, conquista il primo seggio a Westminster con grandi consensi soprattutto nei feudi laburisti. Ma con la vittoria del leave nelle urne del referendum dello scorso 23 giugno il partito è imploso. Dopo l’addio di Farage e una velenosa campagna per la leadership, l’europarlamentare Diane James ha assunto la guida a metà settembre, salvo rassegnare le sue dimissioni dopo meno di tre settimane a causa della poca autorevolezza presso i membri del partito e dello scarso sostegno da parte dei colleghi.

Si è anche raggiunto lo scontro fisico. Il 6 ottobre scorso poi, due giorni dopo il passo indietro di James, è scoppiata una rissa tra eurodeputati: l’astro nascente Steven Woolfe è finito all’ospedale dopo uno scontro con Mike Hookem, responsabile Difesa del partito. Passati altri dieci giorni Woolfe, favoritissimo nella nuova corsa alla leadership, ha lasciato lo Ukip, diventato «ingovernabile» senza Nigel Farage, ormai «marcio all’interno» e «pieno di lotte intestine».

Il prossimo 28 novembre sapremo il nome della nuova guida del partito. In corsa c’è, tra gli altri, Suzanne Evans, giornalista ed ex vicepresidente dello Ukip, mentre Raheem Kassam (attivista di origini sciite ma autoproclamatosi ateo, ex braccio destro di Farage e direttore del giornale di ultradestra Breitbart London) si è ritirato pochi giorni fa. Ma il favorito sembra essere Paul Nuttall, leader del partito all’Europarlamento, che si propone come il candidato unitario, anche se è proprio l’unità a mancare nello Ukip del dopo Brexit: non c’è più comunione d’idee sotto un capo stimato e sostenuto.

Se la Lega Nord di Salvini pensa di abbandonare il “Nord” del nome per allargare il proprio raggio d’azione (e di conseguenza il proprio bacino elettorale) e ha rimodellato la vocazione indipendentista spostando le sue mire da Roma a Bruxelles, lo Ukip è ancora immerso nel tentativo di superare il suo essere partito monotematico (single-issue direbbero al di là della Manica). L’euroscetticismo era l’unico collante e la vittoria del leave l’ha dimostrato.

Recentemente gli analisti di YouGov hanno svolto la prima profilazione dell’elettorato Ukip. Nonostante gli scontri interni, c’è speranza tra gli elettori: l’87% è convinto infatti che non ci sia alcuna ragione perché il partito si sciolga dopo l’addio della Gran Bretagna all’Unione europea (solo il 7% pensa che il partito dovrebbe lasciare la scena politica). Ma senza idee né leader e con i nuovi conservatori di Theresa May che promettono nuove politiche a sostegno degli ultimi, l’unica speranza per lo Ukip potrebbe essere, come ha scritto sul Guardian Alexandra Phillips (per tre anni capo della comunicazione degli indipendentisti britannici), il fallimento della Brexit.

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