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6 novembre 2016

Giappone, il Paese dove le case durano solo 27 anni

Spazi esigui e costosi. In perenne ricostruzione. Un modello che ha reso il Sol Levante il laboratorio residenziale più vitale del mondo. Ora in mostra al Maxxi di Roma

Luca Molinari

Dal numero di pagina99 in edicola il 5 novembre 2016

Pareti scorrevoli. Mobili che scompaiono tra le pareti e nel pavimento. Dialogo continuo tra interno ed esterno. Flessibilità massima degli spazi interni. Rigore assoluto nell’uso dei materiali e nella cura dei dettagli. L’architettura moderna occidentale ha sempre vissuto una forma d’irresistibile attrazione per la cultura dell’abitare e del costruire giapponese. Il dialogo con quell’arcipelago remoto ha vissuto un crescendo dall’inizio del Novecento a oggi, definendo uno dei capitoli più originali nella storia dell’architettura contemporanea. In principio fu Frank Lloyd Wright con il progetto di ampliamento dell’Imperial Hotel di Tokyo, tra il 1916 e il 1922, in cui si adotta il cemento armato, tecnica che sarà ulteriormente implementata dall’allievo Antonin Raymond, il primo architetto occidentale che si stabilisce in Giappone cercando un dialogo libero tra modernità e tradizione.

Nel 1933 arriva Bruno Taut, maestro dell’Espressionismo tedesco e uno dei grandi sperimentatori dell’edilizia di massa a Berlino. I suoi racconti di viaggio ci dicono della profonda impressione che provoca l’essenzialità delle case tradizionali e, soprattutto, della villa imperiale di Katsura, facendogli dichiarare che la cultura abitativa nipponica è «naturalmente moderna». Da questo momento l’attenzione si fa ancora più spinta: Walter Gropius, Le Corbusier e Carlo Scarpa sono solo alcuni dei grandi occidentali che qui cercano nutrimento, mentre negli stessi anni l’architettura giapponese fa passi da gigante cercando una propria strada autonoma nella grande famiglia globale del Moderno.

20-ok-the-japanese-house_atelierbowwow_ponygarden_02[Fotografia courtesy of Atelier Bow-Wow]

Al centro di questo grande laboratorio diffuso che è il Giappone contemporaneo troviamo nella jutaku, ovvero la semplice casa d’abitazione, uno dei luoghi d’instancabile ricerca e di confronto sulla natura profonda di un Paese che nel secolo appena trascorso ha vissuto una delle sue più profonde metamorfosi. La casa è lo spazio elementare, la parcella minuta, in cui architetti e committenti privati hanno avuto modo di dare forma a un flusso straordinariamente ricco di risultati e di modelli costantemente rimessi in discussione, in cui forza resistente della tradizione e appello alla contemporaneità si sono trovati.

Soprattutto a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, questo micro-mondo così particolare e centrale nella vita sociale del Giappone è uno dei cuori della ricerca di almeno cinque generazioni di architetti nipponici, capace di risultati sorprendenti in grado d’influenzare sempre più decisamente la cultura architettonica internazionale. A partire dal 9 novembre apre al Maxxi di Roma The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi, un’importante mostra curata da Pippo Ciorra con Kenjiro Hosaka e Florence Ostende come risultato della collaborazione tra l’istituzione romana, il Barbican di Londra e il Momat di Tokyo. Si tratta di un progetto ambizioso sia per la complessità del tema che per l’obiettivo di costruire una narrazione sintetica di un fenomeno che ormai ha una notorietà globale difficile da domare.

1-ok-the-japanese-house-house-na-fujimoto-2860_credit_iwan-baanNon stupisce quindi che il trio curatoriale si sia appoggiato alla consulenza di Yoshiharu Tsukamoto, professore del Tokyo Institute of Technology ma, soprattutto, fondatore insieme alla compagna Momoyo Kaijima dello studio Atelier Bow-Wow, probabilmente la realtà più matura di quest’ultima generazione di progettisti nipponici. Ed è sempre loro l’allestimento che organizza il lavoro di oltre sessanta tra architetti, fotografi e cineasti lungo quattordici distinte aree che non seguono una trama cronologica ma tematica, con l’intento di rendere la stratificazione di un tema che non vive di fasi distinte ma di argomenti e sottocapitoli che vengono continuamente riletti e trasformati.

[Fotografia di Iwan Baan]

La questione della Japan-ness, coniata da Arata Isozaki in un famoso pamphlet del 2006, continua a essere un tema di fondo quasi ossessivo che misura il tentativo di costruire una strada giapponese alla modernità che non sia sudditanza al modello occidentale né ritorno nostalgico alle forme tradizionali. L’uso del cemento armato come nuova materia poetica diffusa (utilizzata con sempre maggiore maestria) e un’interpretazione del concetto di spazio sempre più fluido plasmano l’immagine dell’abitazione giapponese in parallelo a una metamorfosi della sua società. È solo con il dopoguerra e una serie di leggi decisive nel cambio di paradigma che il Giappone diventa un Paese di proprietari di case, generando quel paesaggio metropolitano frantumato che conosciamo oggi.

L’alto costo dei suoli, la pressione fiscale sulle proprietà che determina la vita media di un’abitazione in 27 anni (una generazione), un modello sociale che punta alla casa di proprietà, ha trasformato il Giappone nel laboratorio residenziale più vitale del mondo. Un vero parco giochi per architetti come Kenzo Tange, Kiyonori Kikutake, Takamitsu Azuma, Tadao Ando, Kazuo Shinohara, Toyo Ito, Kazuyo Seijma, Kazunari Sakamoto, Atelier Bow-Wow, Sosuke Fujimoto: coloro che in questi ultimi cinquant’anni hanno prodotto alcuni dei piccoli capolavori domestici dell’architettura mondiale e, insieme, il racconto dell’evoluzione di una società attraverso i suoi spazi più intimi.

6-the-japanese-house-ohouse_cmitsutaka-kitamuraMolti critici dichiarano che l’architettura del Sol Levante ha vissuto un profondo cambiamento con il terremoto di Kobe del 1995, obbligandola a essere più globale: un fenomeno confermato nel saggio di Isozaki come decomposizione di quell’isolamento che aveva preservato parte dello spirito di questa isola lontana da tutto. Ma giustamente Pippo Ciorra, nel suo saggio introduttivo al catalogo della mostra romana, suggerisce che è proprio nell’architettura domestica che questo carattere non si è ancora perduto. In questi ultimi quindici anni la progressiva riduzione dei lotti disponibili ha generato un universo di pet architecture.

[Foto di Mitsutaka Kitamura]

Si tratta di architetture sempre più eccentriche, dalle geometrie estreme, che colonizzano frammenti di terra sempre più piccoli. Rappresentazioni che si muovono tra il massimo individualismo e nuove forme di coabitazione che vanno oltre il modello familiare tradizionale. Modi differenti di abitare la casa in un mondo iper-denso e fragile, ma anche indicazioni utili sulle strategie che questo laboratorio di futuro prossimo sta adottando. C’è da scommettere che il dialogo irresistibile con il Giappone troverà un nutrimento fecondo in questa mostra, una scommessa che è stato importante giocare.

[Foto in apertura di Katsuhisa Kida / Fototeca]

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