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5 novembre 2016

Alessandro Comeni: «Vi racconto cosa significa essere intersessuale»

L’operazione appena nato. La percezione della diversità nell’infanzia. Poi la scoperta della verità. Un'attivista del movimento intersex racconta la sua storia

Samuele Cafasso

Chi decide, quando apparentemente la natura non l’ha ben definito, il sesso dei bambini? I medici, un giudice, i genitori? E in base a cosa: alla tutela della loro salute o per rispondere alle aspettative sociali di chi pensa che si nasca sempre uomo oppure donna, senza che questo binarismo possa mai essere scalfito? «Nella mia vita», racconta Alessandro Comeni, «mi porterò sempre dietro questa rabbia qui, quella di non sapere come sarebbe stato il mio corpo se non fossero intervenuti dei medici con delle operazioni che io non ho chiesto. È una cosa che mi consuma».

Alessandro Comeni è nato a Firenze il primo novembre del 1973 e oggi è uno dei principali attivisti del movimento intersex italiano. Le persone intersessuali sono quelle che, alla nascita, hanno caratteri sia maschili che femminili a causa di atipicità genetiche, particolari sviluppi del feto, parziale o totale insensibilità agli ormoni. È una condizione che riguarda, secondo uno studio pubblicato dal Netherlands Institute for Social Research nell’agosto 2014, uno su 200 nati vivi; invece secondo stime dell’associazione nord americana delle persone intersex, un bambino ogni 1.500 – 2.000 nascite, ma è appunto un numero difficilmente definibile per le difficoltà a perimetrare il campo – non esiste un consenso totale sulle sindromi e le casistiche da includere o meno – e perché nel computo vanno conteggiate anche le persone che, pur avendo alla nascita organi sessuali esterni ben definiti, possono scoprire solo da adulti, in caso di particolari esami, di avere all’interno del proprio corpo anche gonadi maschili, se donne, o anche femminili, se uomini.

Per altre persone, invece, l’ambiguità è evidente fin dalla nascita. Alessandro, a causa di una atipicità genetica definita mosaicismo, è nato con organi sessuali non conformi – cioè non perfettamente definibili come maschili, o femminili – e, dietro consiglio medico, ha vissuto una parte della sua vita come bambina, ha subito operazioni e terapie ormonali, ha vissuto una seconda vita come uomo e, anche in questo caso, è stato sottoposto alle pressioni di chi gli chiedeva di dare il suo assenso a nuove operazioni, a nuovi interventi per essere meglio definibile come maschio. Ma lui oggi è  a suo agio con la sua identità e il suo corpo: di nuove operazioni non vuol sentir parlare e, anzi, vive come il maggior lutto della sua vita le pratiche subite.

L’articolo continua sul dossier all’interno del nuovo numero di pagina99, in edicola e digitale

[Foto in apertura di Jen Osborne / Redux / Contrasto]

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