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4 novembre 2016

Sessualità, verso un mondo post-gender

Sta evaporando la distinzione tra maschile e femminile. Le identità di genere si vanno ridefinendo e ne nascono di nuove, ibride. Storie di una rivoluzione

Anna Momigliano

Dal numero di pagina99 in edicola il 5 novembre 2016

Quando ho organizzato la festa di compleanno per mia figlia, sei anni, la mia priorità era evitare che si ripetesse quanto accaduto nell’edizione precedente, quando un’orda di bambini esagitati aveva distrutto un castello delle principesse Disney in mattoncini Lego faticosamente assemblato. Quanto a lei, aveva altre preoccupazioni: il castello andava sì nascosto, m’ha spiegato, ma perché un suo compagno di classe «che ama tutte le cose con le principesse e da grande vuole mettersi la gonna» avrebbe potuto rubarlo. Da genitore di sinistra, cioè non al passo coi tempi, ho avvertito la necessità di un intervento educativo: «E tu lo sai, tesoro, che è sbagliato prendere in giro i maschi che si vestono da femmina?».

Mia figlia m’ha guardata storto: «Che cosa stupida hai detto, mamma, a chi salterebbe in mente di prendere in giro qualcuno per questo?». Seguendo le elezioni americane sulla stampa anglofona, ho notato una domanda ricorrente: l’elezione di Hillary Clinton porterebbe a una “società post-gender”? L’idea di un mondo “post-gender”, dove la differenza tra maschi e femmine sarà superata, non è nuova, ma ha assunto una rilevanza maggiore negli ultimi anni, in vari contesti assai diversi fra loro: si va dalla partecipazione delle donne in politica e nel mondo del lavoro ai diritti delle persone transgender, dalla ridefinizione dei ruoli “maschili” e “femminili” in termini di diritti e doveri, a chi invece sceglie di non identificarsi in nessuna di queste due categorie, fino ai genitori che si sforzano di non imporle ai loro figli.

Davvero, in Occidente, stiamo andando verso una società dove la distinzione tra uomo e donna è destinata a diventare obsoleta?
Nel dibattito politico statunitense di questi mesi, il termine “post-gender” si riferisce a una società dove il sessismo – più che altro: la disparità tra uomini e donne quanto a peso nella sfera pubblica – si sta gradualmente riducendo, con la speranza che un giorno scompaia del tutto. Quando si parla di una “società post-gender” a proposito di un possibile approdo di Hillary Clinton alla Casa Bianca, si ripete la stessa discussione avvenuta otto anni fa con Barack Obama, quando ci si domandava se la sua elezione fosse il segnale d’ingresso in una società “post-razziale”.

L’obiettivo non è il superamento di un’identità (“bianco” o “nero”, “uomo” o “donna”) ma degli ostacoli che a volte essa comporta. Infatti, nella sua corsa al potere, Hillary ha rivendicato la sua identità femminile come pochi altri leader donna, a cominciare da Margaret Thatcher e Angela Merkel, hanno fatto prima di lei. Il paradosso, almeno in apparenza, è che, proprio mentre alcune spinte verso una società “post-gender” passano da una richiesta di maggiore spazio per le donne in quanto donne, insomma da un orgoglio di genere, all’interno del mondo progressista aumentano le voci secondo cui il “genere” è un concetto da superare. O se non altro da affrontare in termini meno rigidi.

C’è chi si ribella all’idea che le persone debbano per forza essere catalogate in un sistema binario e inalterabile: o “maschio” o “femmina”. Tra questi, alcuni “transgender,” cioè individui che scelgono un’identità di genere diversa rispetto al sesso biologico; ed alcuni “intersex”, persone nate con caratteristiche fisiche e genetiche di entrambi i sessi: finora la prassi è stata quella di “correggere” la condizione d’intersessualità con operazioni chirurgiche, spesso effettuate alla nascita; ma adesso, anche in Italia, comincia a farsi avanti un movimento di individui che chiedono il diritto di mantenere la loro identità “intersex” senza interventi d’ufficio.

Perché, in fondo, chi l’ha detto che bisogna per forza essere maschio o femmina? (È un dossier delicato, che tocca anche la salute: ve ne parliamo in un altro pezzo). Altri, poi, vedono l’identità di genere come un costrutto troppo rigido: così c’è chi vorrebbe un mondo “gender-neutral,” dove nulla, dai bagni pubblici al vestiario, sia più etichettato “per maschi” o “per femmine;” oppure chi cresce i figli in modo “neutro”, senza dare loro un’identità di genere, per esempio facendo scegliere ai maschietti se indossare un vestitino o i pantaloni (anche a questo dedichiamo un articolo). Verrebbe da pensare che sono casi molto specifici, situazioni minoritarie che per il momento riguardano poco la società più vasta.

Quante persone, in fondo, si definiscono trans o intersex? E quanti genitori incoraggiano i bambini maschi a indossare una gonna? Si potrebbe aggiungere che il tema del “post-gender” è troppo vago, tiene insieme cose lontane tra loro. In fondo, che cosa c’entra il superamento del binomio maschio-femmina con il fatto che le donne stanno ottenendo sempre più spazi nella vita pubblica? Forse però tutte queste storie, apparentemente lontane fra loro, sono tasselli dello stesso puzzle, e toccano tasti che ci riguardano tutti, un cambiamento nella società che, per quanto graduale, è di portata epocale: stanno evaporando, per un certo verso, le distinzioni fra maschio e femmina. E la cosa, che piaccia o meno, va ben oltre il movimento, minoritario, del “post-gender”.

Qualche tempo fa ho visto un video caricato su YouTube dalla campagna di “no gender”, quel movimento di genitori italiani che si oppongono ad alcune attività svolte nelle scuole per educare i bambini alla diversità (per loro la parola “gender”, o “ideologia gender”, indica qualsiasi attività educativa che non presenti la famiglia tradizionale come unico modello). Il video si concludeva con la minaccia che, se andremo avanti così, «vostro figlio penserà che da grande potrà mettere il rossetto e vostra figlia vorrà guidare un camion». La cosa mi ha fatto sorridere, perché mentre davo per scontata l’idea che l’italiano medio consideri “strano” per un maschio mettersi il lucidalabbra, nemmeno mia nonna, che pure è una signora all’antica, si sognerebbe di dire che le donne non possono guidare gli automezzi pesanti.

I “no gender”, ho pensato, sono talmente fuori dal mondo da non sapere distinguere cosa è “da maschi” e “da femmine” secondo dei canoni non dico progressisti, ma borghesi. Io mi sono sempre considerata una madre tradizionalista, più per pigrizia che per altro: compro Barbie, principesse Disney e tutte quelle cose sberluccicose che fanno orrore ai “gender-neutral”, poi però quando mia figlia mi ha detto che da grande vuole fare il benzinaio, le ho risposto che era una bellissima idea. In realtà, per paradosso, gli autori della campagna avevano capito, molto prima di me, che esiste una continuità tra alcune posizioni apparentemente marginali e ciò che chiamiamo “modernità.”

Nell’ultimo secolo la società occidentale ha attraversato quella che il sociologo britannico Rogers Brubaker ha definito una «riconfigurazione dell’ordine di genere»: le donne si sono appropriate di molte cose che prima consideravamo appannaggio degli uomini, dall’indossare pantaloni al diritto di voto, e (per il momento in misura minore) gli uomini sono entrati in sfere prima considerate femminili, come il cambio dei pannolini. Non è un processo concluso, ma un’evoluzione in corso che negli ultimi decenni ha subito un’accelerazione, e che nei decenni a venire potrebbe fare irrompere nel mainstream scelte, posizioni e comportamenti che oggi sembrano minoritari.

Quei genitori ultra-progressisti che mettono le gonne ai figli maschi sono poi così diversi dagli altri? In fondo, la stragrande maggioranza delle famiglie occidentali stanno già educando le loro figlie secondo canoni che qualche decennio fa sarebbero stati visti come poco conformi all’idea di femminilità, ma che oggi troviamo normalissimi. L’ingresso delle donne nella sfera pubblica non può essere scisso dal fatto che sta cambiando la nostra idea di cosa significhi essere maschio o femmina, e la distinzione tra maschio e femmina sta diventando sempre più marginale.

Brubaker, che pure guarda con sospetto l’idea di una società “al di là del genere”, dice che però sotto alcuni aspetti stiamo già andando in quella direzione: «La visione di una vita al di là del genere, avanzata da alcuni attivisti trans e da alcune femministe è ancora un po’ vaga, ma si potrebbe dire che in un mondo “post-gender”, il genere perderà il suo ruolo centrale nella distribuzione di diritti e altre forme di rispetto, nell’organizzazione e nella divisione del lavoro, nel dare forma a cosa sia appropriato pensare, sentire o fare» dice a pagina99. «Ovviamente non siamo lontanamente vicini ad aver raggiunto questo modello, e ho qualche dubbio che ci arriveremo mai. Però va detto che nell’ultimo secolo le società occidentali si sono mosse, in un certo senso, in quella direzione. Il genere è già diventato meno determinante nello stabilire chi può ottenere cosa, e chi ha il diritto di fare certe cose».

[Foto in apertura di Jen Osborne / Redux / Contrasto]

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