Seguici anche su

4 novembre 2016

“A come Arno”, la memoria dell’alluvione di Firenze del 1966

Il percorso fotografico di Cagnacci e Cesari ricorda i 50 anni dalla tragedia del ’66. E riflette su presente e passato di un fiume che ha segnato un territorio

Luigi Cruciani

Il fiume segna il territorio che attraversa. Il fiume segna gli uomini che lo vivono, proprio come fa il tempo, con cui ha un misterioso legame, come ricordano i primi versi di una nota poesia di Borges («Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua / e ricordare che il tempo è un altro fiume», Arte poetica). Firenze e la Toscana sono da sempre state segnate in profondità dall’Arno. E per queste terre c’è stato un momento in cui il tempo si è fermato e poi è ripartito diverso.

Il 4 novembre del 1966, dopo giorni di violente precipitazioni, l’Arno straripò lungo l’intero bacino idrografico e inondò Firenze. Nella città, che sottostimò il disastro imminente, si riversarono 250 mila milioni di metri cubi di acqua, che insieme al fango annegarono automobili, attività, libri conservati nella Biblioteca Nazionale Centrale, monumenti e opere d’arte come quelle nei depositi degli Uffizi, le abitazioni di 13 mila famiglie e 35 esseri umani.

Seguirono i giorni dei soccorsi, quelli portati a Firenze dalle persone comuni (le autorità ci avrebbero messo un po’ di più a intervenire), soprattutto giovani provenienti da tutta Italia e non solo per aiutare la popolazione colpita dall’alluvione e salvare un secolare patrimonio artistico (per questi il giornalista Giovanni Grazzini coniò la celebre definizione “angeli del fango”). A 50 anni dall’alluvione il progetto A come Arno nasce per raccontare il passato e il presente del fiume.

Tutto inizia con il percorso di documentazione fotografica realizzato da Paolo Cagnacci e Matteo Cesari su quei luoghi di Toscana la cui identità è segnata dall’Arno. L’incontro dei due fotografi con Doll’s Eye Reflex Laboratory – studio di progettazione, produzione e curatela per la fotografia documentaria nato a Roma nel 2014 – ha fatto in modo che il loro lavoro divenisse il punto di partenza per la costruzione di una piattaforma multimediale che mezzo secolo dopo l’allagamento costituisce un luogo di riflessione sul presente del fiume, legato al ricordo e alla possibile rielaborazione di quel luttuoso ’66.

«Il percorso fotografico rimane l’asse portante del progetto», dice Irene Alison, art director della piattaforma (nonché collaboratrice di pagina99). «La sfida era quella di amalgamare il lavoro di due fotografi che hanno utilizzato un linguaggio diverso. Quindi ho pensato a una lettura trasversale per temi di racconto: il paesaggio, naturale e antropizzato; le persone, la cui dimensione quotidiana è intensamente connessa al fiume; i rituali, le consuetudini maturate intorno al fiume, che costituiscono l’aspetto più simbolico di un paesaggio talvolta metafisico».

A come Arno è arricchito da due sezioni dedicate all’altro punto nucleare del lavoro, la memoria. La prima, Scrapbook, ha collezionato i ricordi più immediati e urgenti di alcuni testimoni dell’alluvione; immagini d’epoca si affiancano a questi testi, a formare un diario iconografico e testuale di chi, nel ’66, c’era. L’altra, Reloaded, ospita gli scatti di studenti attuali o passati della Fondazione Studio Marangoni; a loro è stato chiesto di scegliere una foto storica del disastro e ispirarsi a questa per produrre una nuova immagine: qui si concentra la rielaborazione della memoria dell’evento da parte di chi non l’ha vissuto (almeno non direttamente).

La piattaforma, che si compone pure di altri contributi (anche alcuni video: tra questi, di forte impatto è la testimonianza di Nicola, ex traghettatore di anime vive in gita a San Rossore, per cui l’Arno «era il mare dei poveri, degli operai»), prevede di raccogliere le fotografie di Cagnacci e Cesari insieme a quelle degli allievi dello Studio Marangoni in un libro che sarà pubblicato a inizio 2017.

La copertina consisterà in un’elaborazione grafica realizzata dall’art director Alessandra Pasquarelli a partire dallo schizzo disegnato da un giovanissimo Leonardo per la deviazione del corso dell’Arno. Perfettamente in linea con il cuore di A come Arno: il recupero nella memoria, per i cittadini toscani, del rapporto con il proprio fiume. E con il proprio tempo, direbbe Borges.

[Tutte le foto di Paolo Cagnacci / Matteo Cesari]

Altri articoli che potrebbero interessarti