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31 ottobre 2016

Gig Economy, se il lavoro digitale ci riporta all’Ottocento

Le piattaforme tecnologiche trasformano i lavoratori in imprenditori di se stessi. A basso costo e senza tutele. Ad arricchirsi sono solo i gestori, che non hanno alcun obbligo. Una condizione che ricorda quella del nascente capitalismo a cavallo tra XVIII e XIX Secolo

Roberta Paolini

Dal numero di pagina99 in edicola il 29 ottobre 2016

Giacomo a Genova nel 2001 ci voleva andare. Era già stato a Nizza a dicembre dell’anno prima per documentare come reporter le proteste del popolo di Seattle. E una sera d’estate, dopo uno degli eventi che più hanno segnato le esistenze dei giovani nati a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, raccontò tutta la storia. La posizione che aveva preso dietro alla camionetta dei carabinieri, i due spari e la freddezza dei suoi vent’anni. Salda in mano la macchina fotografica, puntata sulla faccia di Carlo Giuliani, disteso a terra, il volto verniciato di sangue, che sbucava nell’intermittenza delle gambe di quelli che si erano messi ad anfiteatro attorno a lui. Una foto che non avrebbe venduto a nessuno.

C’era una specie di Bibbia in quegli anni, di moda tra i ragazzi appena sopra i venti, che a leggerla oggi sembra una profezia. A firmarla una giornalista canadese, Naomi Klein. Il libro, neanche a dirlo, si intitola No Logo. Già allora raccontava, descrivendo il mercato del lavoro nell’era della globalizzazione, dove avrebbe portato la rinnegazione della fabbrica, la rottura del legame impresa-lavoratore. Le grandi sfide sociali non erano più sul salario, ma sul senso di precarietà. C’è un intero capitolo dedicato a questo: From working for nothing to free agent nation (dal lavorare per nulla alla nazione dei battitori liberi). Era già tutto scritto, 15 anni fa.

Oggi la tecnologia sta restituendo un mercato del lavoro disintegrato, dove le prestazioni soggiacciono a frammenti di codice che regola il matching tra un bid (offerta) e un ask (domanda) su una piattaforma digitale. E i lavoratori sono, per dirla con la Klein, una collezione di imprenditori. Senza essere imprenditori. La chiamano economia on demand, con disprezzo la definiscono Gig Economy, l’economia dei lavoretti. Un po’ di confusione terminologica per un modello che è fondato sulle piattaforme digitali, che ha in Uber la sua rappresentazione narrativa e archetipica meglio riuscita (ma non l’unica). L’uberizzazione è quella cosa che fa di Giulio, motion designer, freelance per dire in altro modo imprenditore di se stesso, anche un affittacamere su Airbnb per arrivare a fine mese.

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Anna è un’interprete, su Upwork e Freelancer arrotonda, ma si trova a concorrere con ragazzi indiani che per una traduzione prendono 5 dollari lordi all’ora, nel tempo che le rimane cuce borse e gonne all’uncinetto che vende su Etsy. Francesco fa il pizzaiolo, ha una compagna a Düsseldorf, ma vive a Treviso, ogni due mesi va in Germania. Per arrotondare usa Taskrabbit, monta due mobili Ikea, porta a spasso tre cani, fa la spesa per la signora sotto casa sua. Elisa fa la fisioterapista, ha il suo studio e guadagna bene, però ha un mutuo da pagare e vorrebbe all’alba dei 32 anni diventare mamma e quindi ogni tanto si disfa di qualche bel capo di guardaroba su Ebay.

Questa è la Gig economy, salita anche in Italia agli onori delle cronache per la protesta dei lavoratori di Foodora, che consegnano a domicilio sfrecciando sulle loro (sottolineato “loro”) bici per 2 euro a pasto. Un lavoro a cottimo che è andato a sostituire i già precari e mal pagati contratti di collaborazione. La dimensione del fenomeno non è definibile con precisione, ma, se si guardano le statistiche di Ocse ed Eurostat, è possibile immaginare quale sia in potenza. Il nostro Paese è il quartultimo dell’Organizzazione per tasso di occupazione, ma è il quarto Paese al mondo per lavoratori autonomi, 24,5% nel 2015. Prima di noi Messico, Turchia, Grecia, Colombia. Per capirci, la Germania è al 10%. Un’altra classifica in cui ce la caviamo bene è quella sulla percentuale di lavoro precario, 14% dei lavoratori impiegati.

E siamo al numero uno, con il 33.9% per percentuale di Neet, letteralmente : Not engaged in Education, Employment and Training, in pratica quelli che non studiano, non lavorano, non frequentano corsi: cioè non fanno niente. Questi non sono i numeri della Gig economy in Italia, ma sono il metro di quella che potrà essere la capacità di penetrazione di questo nuovo modo di lavorare. Secondo il Labour Project dell’università di Oxford, l’indice che misura il lavoro intermediato dal 60% delle piattaforme mondiali, il nostro Paese avrebbe impiegati tra i 100 e i 500 mila lavoratori.

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L’Online Labour Index dice che sono gli Stati Uniti a dominare questo crescente modello economico, con una quota di mercato vicina al 52%. Evidenziando anche un altro aspetto non secondario: la maggioranza assoluta delle piattaforme che intermediano il lavoro online sono per l’appunto americane. Dopo gli Stati Uniti ci sono Gran Bretagna (6.3%), India (5.9%), Australia (5.7%) Canada (5%). L’Europa nel suo insieme è al 16%. Secondo una recente ricerca di McKinsey Global Institute, le piattaforme digitali stanno trasformando il lavoro indipendente, un fenomeno globale che oggi coinvolge il 20-30% della popolazione negli Stati Uniti e negli EU-15, pari a 162 milioni di persone. Grazie all’ubiquità dei dispositivi mobili, che possono connettere un numero enorme di clienti e lavoratori, e la capacità di sfruttare informazioni in tempo reale. Il 15% dei lavoratori indipendenti utilizza queste piattaforme, una percentuale destinata a crescere in modo esponenziale.

Ci sono quattro tipologie principali di lavoratori indipendenti, dice McKinsey. Il 30% è rappresentato dai free agents, che scelgono attivamente il lavoro indipendente da cui deriva il loro reddito primario. Circa il 40 % sono casual earners, che cercano un reddito supplementare in modo occasionale. I reluctants, il cui fatturato principale deriva dal lavoro indipendente ma preferirebbero un posto di lavoro tradizionale, costituiscono il 14%. Infine ci sono i financially strapped, letteralmente a corto di soldi, che arrotondano per necessità e rappresentano il 16 %. Un’economia a due facce dunque, come ha titolato il Wall Street Journal il 10 ottobre: una felice e l’altra miserabile.

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Secondo lo studio di McKinsey l’economia on demand dà opportunità, potrebbe ridurre la disoccupazione, migliorando la partecipazione alla forza lavoro, stimolando la domanda e aumentando la produttività. E sembra una via ineluttabile nell’era della digitalizzazione totale. Il lavoro indipendente è in rapida evoluzione mano a mano che le piattaforme creano mercati efficienti su larga scala, in cui i lavoratori si collegano con gli acquirenti di servizi. Vi sono poi altri elementi in grado di alimentare la crescita della forza lavoro indipendente, dice la ricerca: i lavoratori tradizionali che desiderano diventare indipendenti, i disoccupati e gli inattivi che vogliono lavorare, e l’aumento della domanda di servizi indipendenti sia da parte dei consumatori che delle aziende.

Il Financial Times però avverte: che questo non sia un tornare indietro nel tempo, ricordando che nel 18esimo secolo a Londra la maggior parte erano assunti in modo intermittente e pagati a “pezzo” o a singola attività. Che serve una modalità ibrida, che impedisca alle aziende di avere la potenza di un datore di lavoro togliendo però loro le responsabilità. Hillary Clinton a giugno parlando dell’economia a chiamata ha sollevato il tema delle protezioni di questi lavoratori. Questione che ha sollevato anche l’Unione europea. Emanuele Dagnino, ricercatore di Adapt, evidenzia che a giugno con la comunicazione A European agenda for the collaborative economy la Commissione ha preso posizione sul tema sharing economy, spiegando linee guida e orientamenti di tipo legale e di policy diretti alle autorità pubbliche, agli operatori del mercato e ai cittadini.

In particolare, dice Dagnino, gli aspetti chiave individuati «sono quelli relativi ai requisiti di accesso al mercato, ai regimi di responsabilità, alla protezione dei consumatori, allo status dei lavoratori che operano sulle piattaforme e al trattamento fiscale». Il venir meno delle tutele del diritto apre alla deregolamentazione «della concorrenza tra imprese». Le condizioni di lavoro tornano così nel gioco della competizione: ciò significa per i microimprenditori il rischio della self-exploitation, «mentre per la concorrenza a livello di settore determina un vantaggio competitivo per queste forme di gestione (che ricade su chi le organizza: la piattaforma) rispetto alle imprese».

Young woman holding six dogs in elevator, elevated view

Inoltre avverte delle problematiche legate alla salute e alla sicurezza del lavoratore, alle discriminazioni che possono essere innescate dai sistemi di feedback, alla formazione delle competenze a carico del singolo lavoratore e che vengono sfruttate ma non migliorate dalle piattaforme digitali. Tema caldo quella della Gig Economy anche per la Gran Bretagna. Primo mercato europeo per il lavoro online. Tanto che Theresa May ha assunto Matthew Taylor, l’ex capo della politica di Tony Blair – una scelta che parla al mondo Labour – per studiare come estendere ai lavoratori on demand uguali diritti rispetto agli impieghi tradizionali.

Dalle colonne del Financial Times il Primo ministro ha detto che desidera essere «certa che la regolamentazione e le pratiche del lavoro tengano il passo con un mondo del lavoro che sta cambiando», soprattutto per quanto riguarda nuove forme di impiego autonomo come quelle innescate da Uber e Deliveroo. The Guardian a inizio ottobre ha messo in evidenza la situazione britannica. Sempre più persone sono il capo di se stessi, nel Regno Unito i 4,8 milioni autonomi sono un record, scrive il quotidiano inglese. Evidenziando che il lavoro è sempre più precario, 900 mila lavoratori sono inquadrati a zero ore, 1,7 milioni impiegati in lavoro temporaneo. Tutto sommato un lavoratore su cinque in Uk è annoverato in lavori “non standard”.

La tecnologia dovrebbe servire a farci stare meglio, a renderci la vita più semplice, a sviluppare la ricchezza non a ritornare agli albori del diciannovesimo secolo. E invece ci sta portando verso un mondo governato dalla disuguaglianza e dai monopoli. In fondo non era per questo che la maggioranza dei ragazzi come Giacomo si trovarono nell’inferno inconsapevole di Genova nei giorni del G8? Sono passati 15 anni, e gli unici veramente coscienti di quello che poteva avvenire erano loro.

[Fotografia in apertura di Roger Kisby / The New York Times / Contrasto]

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