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31 ottobre 2016

‘Armenie Ville’, studiare l’Armenia fotografando la Turchia

Claudio Gobbi ha ritratto le chiese armene a pianta circolare per ricostruire l’identità del Paese. Ma i grandi capolavori sono al di là del confine

Manuel Orazi

Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

Mentre l’identità e i valori europei vengono messi in discussione da ogni dove, a Berlino si pubblica un libro che illumina e riflette l’Unione in via negationis. Il titolo è francese, Armenie Ville, l’editore è tedesco (Hatje Cantz), il testo all’interno è in inglese e italiano, ma con contributi critici olandesi e svizzeri: si tratta insomma di un libro europeo. Il soggetto però è l’Armenia, un Paese giovane ma fondato su una cultura millenaria e con una diaspora planetaria accentuata dal primo grande genocidio di massa del ’900 ricordato da papa Francesco proprio quest’anno.

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L’autore del libro è un fotografo, Claudio Gobbi, romano di nascita e anconetano di origine, che si è formato a Milano come collaboratore di Gabriele Basilico, ma che ormai da molti anni vive a Berlino. Gobbi ha scelto di studiare l’Armenia senza seguire il genere classico del reportage o del fotogiornalismo, ma in una maniera obliqua: «Mi interessava studiare una regione ai confini dell’Europa per capire meglio l’Europa nel suo insieme».

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Non mancano infatti i legami storici e culturali fra il vecchio continente e questa regione di ponte con il Medio Oriente (uno dei quartieri storici della vecchia Gerusalemme è infatti armeno), basti pensare alle grandi comunità armene di Germania o di Francia (circa cinquecentomila persone) o ancora alle vestigia dell’isola di San Lazzaro degli Armeni nella laguna veneziana, di Padova (come sa chi ha letto La masseria delle allodole di Antonia Arslan), di Ravenna, della chiesa napoletana di San Gregorio armeno o ai tanti resti della presenza armena in Calabria che sopravvivono nei cognomi “Armeni” e in quello, più raro, di “Trebisonda”.

Quella armena era infatti una delle tante minoranze legate al commercio e per questo presenti, come gli ebrei e i greci, in tutte le grandi città commerciali del Mediterraneo, da Trieste (dove per esempio è attiva tuttora la Fondazione filantropica Ananian) ad Alessandria d’Egitto passando per Istanbul. I rapporti difficili con la Turchia, sommati a quelli ancora più problematici con l’Azerbaijan per il territorio conteso del Nagorno Karabakh fanno sì che l’Armenia sia stretta fra due confini chiusi sui lati, un altro chiuso a sud dall’embargo contro l’Iran e quindi con un solo confine aperto a nord con la Georgia. Il Paese è pressoché un’isola, povero per i pochi scambi se non con quelli propiziati dalla diaspora internazionale. L’unica attività che non conosce sosta è la costruzione e il restauro delle chiese, tutte derivate da un unico modello originario.

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Lo studio di Gobbi dunque ha coinvolto altri fotografi e utilizzato anche materiali d’archivio amatoriali per ricostruire la forza normativa di un tipo che da circa millecinquecento anni non conosce interruzioni. Non volendo fare un lavoro seriale, Gobbi si è concentrato su una tipologia architettonica sempre uguale a se stessa, la chiesa armena a pianta circolare, che muore e rinasce in luoghi e tempi diversi, rinunciando peraltro a essere l’autore unico delle foto, «l’idea è di far apparire nel libro la “coralità” del lavoro mediante una lista di autori ma senza riferimenti specifici alle singole immagini, lasciando quindi in un certo modo aperta la questione della riconoscibilità e paternità dell’immagine».

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La stessa questione di copia e prototipo che investe l’architettura armena e che riflette la condizione paradossale del Paese, costretto a rimirare i suoi luoghi più sacri come il monte Ararat o la città di Ani, talmente ricca di chiese antichissime da aver appena ricevuto il riconoscimento Unesco di patrimonio dell’umanità, ma tutto di là dal confine invalicabile con la Turchia. Una riflessione a cavallo dei confini un po’ come l’immagine di copertina, non una foto ma un disegno della chiesa di Gaghigashen ad Ani (crollata) che a sua volta era una copia di quella di Zvarnots (anch’essa crollata, ma in Armenia) che è considerata la “chiesa madre” più importante. «L’immagine – aggiunge Gobbi – mi sembrava perfetta per il fatto di contenere in sé sia l’idea di copia e prototipo sia il confine Armenia-Turchia».

[Tutte le foto tratte dal libro Armenie ville di Claudio Gobbi]

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