Seguici anche su

27 ottobre 2016

Dal cantiere alla passerella, il ‘work style’ va di moda

Cargo, anfibi, parka. Da sempre i brand si appropriano del work style, fin da quando Hollywood vampirizzò i blue jeans. Che ora entrano al Victoria & Albert Museum

Flavia Piccinni

Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

Esiste una moda del sogno e una moda funzionale. C’è la moda che è nata nel solco della contemporaneità, e come ha notato Walter Benjamin si è fatta eterno ritorno del nuovo, e quella che ogni giorno combatte con le criticità del mondo del lavoro, con le brutture della vita domestica e di quella urbana. Simbolo definitivo di questa seconda corrente, dentro cui nostro malgrado siamo tutti immersi, sono i blue jeans, protagonisti con Levi’s fino alla fine di febbraio al Victoria & Albert Museum della mostra You Say You Want a Revolution? Records and Rebels 1966-70, retrospettiva sulla cultura ribelle declinata attraverso le arti, la politica, le aspirazioni e naturalmente lo stile.

Poco importa che quest’anno i jeans siano skinny, cropped e mom. Come sottolineava Yves Saint Laurent, «i jeans sono l’indumento più spettacolare, più pratico, più rilassato e disinvolto. Hanno carattere e modestia, sex appeal e semplicità». Dunque: tutto vale. E dire che si tratta di un capo nato dalla polvere, e soprattutto dall’utilità. Era infatti l’abito da lavoro per eccellenza degli operai itineranti dell’Ovest americano, in particolare minatori e contadini, che utilizzavano nelle loro sfiancanti giornate questi pantaloni resistentissimi fatti di denim (derivato del seicentesco cotone color indaco di Nîmes) e di jeans (il tessuto dei calzoni dei marinai genovesi del Settecento).

Par7799051

A vampirizzare il work style arrivò Hollywood che con Marlon Brando, ne Il Selvaggio del 1953, rese i jeans l’archetipo dell’abbigliamento maschile insieme a giacca in pelle di cavallo (modello Schott Perfecto, disegnato per i motociclisti da Irving Schott nel 1928 e ancora in commercio), stivali (inizialmente prodotti per i lavoratori dell’edilizia) e t-shirt. Un mix di sensualità, disperazione e stile. La consacrazione fu opera di James Dean, che nel 1955 con Gioventù bruciata li trasformò definitivamente in un oggetto di culto. E dire che i jeans fino a una manciata di anni prima venivano considerati al pari di stracci, tanto che quando nel 1951 il cantante Bing Crosby aveva provato a entrare in un albergo di Vancouver indossandone un paio venne malamente scacciato.

Da allora, sempre più spesso la moda si appropria di forme e di brand, di tessuti e di suggestioni mutuate dal mondo del lavoro. Naturalmente non sono mancate le provocazioni pop, come Moschino che con Jeremy Scott nella collezione A/I 2014 ha mandato in passerella il McDonald’s style con borsette a forma di bibita e pochette Happy Meal. Più complesso il procedimento di contaminazione operato da marchi che affondano le loro radici nel mondo del lavoro, e hanno saputo trasformare tessuti tecnici e linee squadrate in oggetti del desiderio. La più emblematica è forse Carhartt che, fondata nel 1889 in Michigan da Hamilton Carhartt (è ancora oggi un’azienda a gestione familiare), era specializzata nel produrre capi resistenti, come cargo e giacche, per gli operai delle ferrovie.

THE UMBRELLAS OF CHERBOURG, (aka LES PARAPLUIES DE CHERBOURG), Nino Castelnuovo, Catherine Deneuve,

Anche se in Europa e in Giappone è entrata di diritto fra gli urban brand più gettonati, ancora oggi girando per ranch o campagne in Usa non è raro incontrare il caratteristico logo giallo sugli abiti dei lavoratori. Simile la parabola degli anfibi Dr. Martens, nati dal desiderio del medico tedesco Klaus Maertens di progettare una scarpa ortopedica a seguito di un incidente a un piede. Negli anni Cinquanta divennero in Germania le calzature preferite dalle casalinghe grazie alla loro comodità e resistenza, ma il vero successo arrivò nel momento in cui l’azienda cedette il brevetto a una nota compagnia inglese che le rese adatte al lavoro: quando il 1 aprile 1960 nacque il modello 1460 tutti gli operai e i postini inglesi (costretti a dipingerne di nero la cucitura gialla poiché reputata eccessivamente estrosa) ne comprarono un paio. Divennero il simbolo della classe lavoratrice britannica, e una manciata di anni dopo si trasformarono nel segno distintivo di mod e skinhead.

SPECIAL PRICE. D 110712-03 Alexa Chung. Obligatory Credit - CAMERA PRESS / Darryl Vides Kennedy. British TV presenter Alexa Chung attending Burberry Spring / Summer 2010 show during London Fashion Week, London, 22/09/2009.

Lo stesso destino, quello di vedere trasformato il suo significato iniziale, è toccato al mimetico che dall’utilizzo dell’esercito è arrivato sulle passerelle di Armani, Prada e Gaultier; ma anche agli occhiali da aviatore, ai montgomery, ai berretti, alle t-shirt da soldato e alle medagliette. Impossibile allora dimenticarsi del trench Burberry, testimonianza di come la moda accada quando meno te l’aspetti. Il famoso impermeabile nacque nel 1914, quando il Ministero della Guerra britannico chiese all’azienda di adattare i cappotti cerati degli ufficiali alla guerra di trincea (ecco spiegato il nome).

La linea fu adattata anche alla silhouette femminile e diventò un caposaldo dello stile inglese. Medesima sorte per il parka, nato fra le popolazioni indigene dell’Artico al fine d proteggersi dal vento e dalle temperature polari, attore di tre vite: negli anni Cinquanta fu adoperato dall’esercito americano durante la guerra di Corea, divenne poi per decenni oggetto cult per i mod, infine negli anni Duemila prese la forma di un capo di lusso grazie al brand newyorkese Altuzarra. Discorso a parte merita poi l’upcycling, tendenza contemporanea che porta a recuperare in modo creativo vecchi abiti o tessuti. In questo caso non si tratta di riciclo, ma di trasformazione intelligente.

A model presents a design by Joseph Altuzarra.Maestri del settore sono quelli dell’italiana Stone Island (fondata nel 1982 da Massimo Osti), che deve il suo successo a un telone bifacciale usato per produrre le copertine dei camion, e la svizzera Freitag, che dal 1993 propone borse e accessori utilizzando esclusivamente vecchi teloni di camion, camere d’aria e cinture di sicurezza. Insieme a Roland Barthes (di cui è appena uscito per Il Saggiatore lo splendido Album), si può dire che gli abiti sono la base materiale della moda, mentre la moda in sé è un sistema culturale di significati. Ma in questo gioco di rimandi e di trasformazioni, dove si nasconde la vera essenza?

[Fotografia in apertura Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti