Seguici anche su

25 ottobre 2016

Non facciamo di Roland Barthes un album di figurine

È stato il protagonista della cultura del secondo '900. Quando gli intellettuali facevano opinione. E oggi? Ecco cosa possiamo ancora imparare da lui

Giorgio Fontana

Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

La pubblicazione da parte del Saggiatore di Album – un collage di lettere, inediti e scritti vari di Roland Barthes – sembra un libro fatto su misura per i nostalgici o i fanatici del semiologo francese: e invece andrebbe maneggiato senza cedere a tale impulso. L’ha detto bene Francesco Guglieri sul magazine IL: non dobbiamo rendere Barthes un santino inoffensivo, e sfogliare questo volume «come un album di figurine vintage, il Real Madrid del post-strutturalismo, e languidamente lasciarsi andare ai rimpianti e alle lamentazioni per la tristezza del presente». Mentre leggevo uno scambio con Starobinski o Butor, mi domandavo: qui cosa possiamo imparare su Roland Barthes e soprattutto da lui? Possiamo estrarvi un insegnamento che vada oltre l’enumerazione di reperti biografici? Ho provato a mettere in fila sei spunti.

1. Come osserva il curatore Éric Marty, il passato sepolto in queste lettere «forma un quadro inatteso, un arazzo composto da così innumerevoli nodi che nemmeno l’autore avrebbe potuto immaginarlo». Ma leggendo Album scopriamo anche un Barthes molto simile a quello dei testi editi. Ritroviamo la medesima grazia nella scansione della frase; la danza dei suoi punti e virgola; la massima densità semantica. In certi punti vediamo anche prefigurarsi il cammino futuro, le tracce della critica eretica che svilupperà: così attenta al testo e al contempo così pronta a stuzzicarlo per vie impreviste, guidata dall’impeto della passione e dell’idiosincrasia – mi sovviene un’immagine di Ivan Illich, tratta dai filosofi medievali: il testo come vigna, come ricettacolo di sapori e profumi che il lettore vendemmia. In tale vigna Barthes vagava con tutta la conoscenza dell’esperto, ma anche con tutta la gioia del neofita.

2. Queste lettere, spiega sempre Marty, hanno «il gusto e il profumo del tempo ritrovato»; il tempo ritrovato «di una certa idea di ciò che significa scrivere». Quale? La scrittura come comunicazione fra due persone soltanto per volta, che pretende un certo tempo per essere trasmessa, e vive d’attesa. Questo è certamente possibile ancora oggi, seppure in forme diverse; e viene esercitato su base quotidiana tramite messaggi ed email. Ma l’epistolario di Barthes – uno degli ultimi, cronologicamente – illumina l’importanza dello scambio privato di riflessioni e non solo di chiacchiere o incombenze. In tempi dove tutto tende a divenire “aperto”, e ogni spunto contiene la coazione a essere pubblicato, sembra un suggerimento interessante: destinare un pensiero a un amico, e a uno soltanto, nell’attesa che maturi.

3. Barthes si lamenta di continuo di non avere tempo, di essere oberato dagli impegni e lavorare molto. In ciò vi è un elemento di ossessione che egli stesso sottolinea, a volte ironicamente; ma c’è anche una profonda passione. Ecco una frase illuminante scritta a Rebeyrol: «Vivo fantasmaticamente nell’idea di una sorta di necessità del lavoro, che Proust ha ben espresso citando non senza interesse personale la parola del Vangelo: “Lavorate finché avete luce”». Un ottimo modo per spazzare via la facile ideologia del puro genio, e rispedirsi alla fatica quotidiana della scrivania.

4. Barthes criticò la Peste di Camus. Camus scrisse a Barthes per ringraziarlo di avere accettato di pubblicare la sua controrisposta: una lealtà che definiva «cosa rara». Questa lettera è utile per due motivi: testimonia, come tante altre, una cortesia di fondo; e mostra che la lealtà anche in quei tempi dorati non era affatto scontata. Eppure anche negli scontri più aspri, in queste epistole c’è sempre un minimo di cavalleria. Immagino che in tempi dove la polemica a tutti i costi è merce assai richiesta, ciò possa essere scambiato per formalità. Io credo invece sia semplice rispetto.

5. Barthes, soprattutto, si nega. Rifiuta proposte di collaborazione o di articoli perché non ha tempo o competenza per produrre qualcosa di valido. Dice di no persino a Sartre, che gli proponeva una collaborazione regolare a Les Temps modernes. Un monito per i fanatici del publish or perish, e in particolare per chi acconsente a scrivere di qualunque cosa, anche della più stupida o lontana dai propri interessi, pur di esserci.

6. Come abitare dunque una società culturale? A trent’anni Barthes scrisse a Georges Canetti: «Prima dei giorni spiacevoli che mi aspettano, mi soffermo a pensare alla mia vita; mi dico – e le dico – che, se lotto per essa, in fondo è proprio per il piacere e – diciamo così – la pienezza che traggo dal conoscere certi esseri del passato o del futuro». Ecco la comunità che sembra trasparire dalle migliori lettere di Album: una comunità per la quale dovremmo impegnarci ancora, in equilibrio fra sano isolamento e una conversazione critica e non interessata. Evitando le tentazioni del potere per amore di ciò che si scrive, si legge, e persino ciò che si disimpara: come ribadì Barthes in un’altra occasione, celebrando l’ideale della sapientia: «nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza, e quanto più sapore possibile».

Altri articoli che potrebbero interessarti