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25 ottobre 2016

Per le donne indiane il cellulare è un tabù

Sono state le americane a diffonderne l'uso, ma in India solo il 28% ne possiede uno. E la ragione dello squilibrio sta nella diffidenza degli uomini

Cecilia Mussi

Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

Per la Silicon Valley l’India è il nuovo Eldorado. Il Paese è il terzo mercato del mondo per gli smartphone, con oltre 400 milioni di internauti, pari a poco più del 30% della popolazione. La sfida è portare Internet agli altri due terzi di abitanti del gigante asiatico. Per Google e Facebook, i due principali contendenti, il principale ostacolo non è tecnologico, né burocratico – negli ultimi mesi il governo indiano è intervenuto più volte per dettare le proprie condizioni – ma culturale: per la maggioranza delle donne indiane lo smartphone resta ancora un tabù. Secondo i dati di Gsma – organizzazione che rappresenta le compagnie telefoniche di tutto il mondo – in India solo il 28% delle donne possiede un cellulare, a fronte del 43% degli uomini. Il gap è ancora più evidente in termini assoluti: il numero di maschi in possesso di smartphone è di 114 milioni superiore.

In un recente report, il Wall Street Journal spiega che la ragione dello squilibrio va ricercata nella diffidenza degli uomini. Soprattutto nei centri minori e nelle campagne, padri e mariti temono la libertà che un dispositivo mobile potrebbe portare a figlie e mogli. Sostengono che i telefonini favorirebbero la promiscuità sessuale e che, in ogni caso, rovinerebbero la reputazione morale delle loro donne. Per non parlare dei costi: perché spendere soldi per acquistare lo smartphone a una figlia che prima o poi si sposerà e porterà quella tecnologia a un’altra famiglia?

Quanto accade oggi in India ricorda molto da vicino gli esordi della telefonia in Occidente. Quando, alla fine dell’Ottocento, comparve il telefono, Daniel Bell e Antonio Meucci non pensavano minimamente a un suo uso per la comunicazione sociale, bensì a uno strumento per trasmettere musica, spettacoli teatrali, radiocronache sportive, messaggi di Sos. Ci vollero anni perché i dirigenti di At&T si rendessero conto delle potenzialità di diffusione del nuovo mezzo, dell’uso che ne veniva fatto nelle campagne per avvicinare comunità disseminate sul territorio.

Furono le massaie americane a imporre la svolta, utilizzando la nuova tecnologia per sconfiggere l’isolamento domestico, contro i tecnocrati delle società di telecomunicazione che consideravano un’eresia adoperare uno strumento così sofisticato per fare chiacchiere. Anche allora, i catastrofisti – uomini – interpretavano il loro ruolo immaginando una società distrutta dai nuovi mezzi di comunicazione, con i figli corrotti dai maniaci, le donne insidiate, la vita familiare disturbata dall’invasività del mezzo. Poi si sa com’è andata a finire.

[Fotografia in apertura di Andrea Bruce / The New York Times / Contrasto]

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