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22 ottobre 2016

I talebani avanzano, Kabul torna sotto scacco

I fondamentalisti continuano a guadagnare terreno in tutto il Paese. Rallentati solo dai bombardamenti americani e dalle divisioni interne. A farne le spese sono i civili

Giuliano Battiston

Dal numero di pagina99 in edicola il 22 ottobre 2016

«Nei primi 15 giorni di ottobre abbiamo registrato 260 nuovi ricoveri e condotto 454 interventi chirurgici, una media di 30 al giorno». Daniele Giacomini, logista, va dritto al sodo. I dati dell’ospedale Emergency di Lashkargah, nella provincia meridionale afghana dell’Helmand, raccontano una situazione drammatica. Nelle ultime settimane il conflitto si è fatto più intenso. I Talebani hanno raggiunto l’anello che circonda la città, capoluogo di una provincia controllata per almeno il 70% dai gruppi anti-governativi, e «i combattimenti sono diventati continui, giorno e notte, fino ad arrivare nei pressi dell’ospedale», aggiunge al telefono l’infermiera Paola Fusta.

La battaglia per la conquista di Lashkargah vede impegnati da una parte i Talebani – in particolare gli uomini della shura di Quetta, una delle tre principali “cupole” di indirizzo dei barbuti – dall’altra l’esercito afghano, sostenuto dagli americani. In particolare dai loro bombardamenti. La scorsa estate il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha cambiato linea strategica: a giugno ha concesso maggiori margini operativi ai soldati a stelle e strisce, allargando le maglie anche per i bombardamenti aerei; poi ha annunciato che sul terreno, almeno fino al 2017, sarebbero rimasti 8.500 uomini, anziché 5.500 come promesso in precedenza.

Il cambio di passo è arrivato a ridosso del vertice della Nato che si è tenuto l’8 e 9 luglio a Varsavia, dove i 28 Paesi membri dell’Alleanza atlantica hanno stanziato 5 miliardi di dollari all’anno fino al 2020 per il sostegno alle forze di sicurezza afghane. Senza quei soldi, si sbriciolerebbero. Se non ci fosse la copertura aerea degli americani, i barbuti sarebbero già seduti, gambe incrociate, nelle sale da tè di Lashkargah. Capoluogo di una provincia in cui, a sentire il capo della polizia, almeno il 40% dei 26.000 uomini delle forze di sicurezza locali esiste solo sulla carta: nomi fittizi, buoni per alimentare la macchina della corruzione, la principale patologia dell’Afghanistan post-talebano.

Qualcosa evidentemente è andato storto. Perché a quindici anni dal 7 ottobre 2001, giorno in cui sono cominciati i bombardamenti americani, la situazione sul terreno è pessima. «Qui non c’è futuro per i miei figli, per questo abbiamo provato ad andarcene». Così ci raccontava, lo scorso giugno a Kabul, Mariam Ahmadi. Madre di quattro figli, ha tentato la fortuna seguendo una rotta molto battuta: prima l’Iran, poi la Turchia, infine i tentativi di raggiungere la Grecia. Falliti. «Dopo due mesi di viaggio e 16 mila dollari spesi, siamo dovuti tornare. Ma qui non siamo al sicuro». Non sono i soli. Secondo un sondaggio realizzato nelle 34 province del Paese dai ricercatori del Dipartimento della Difesa Usa e incluso nel rapporto Enhancing Security and Stability in Afghanistan, soltanto il 20% degli afghani intervistati si sente sicuro (rispetto al 39% del 2015), mentre il 42% ritiene che la sicurezza fosse migliore ai tempi dell’Emirato islamico d’Afghanistan.

Sulle percezioni ci si può sbagliare, sul conteggio dei morti meno: Unama, la missione dell’Onu in Afghanistan, ricorda che il numero delle vittime civili (morti e feriti) registrato nei primi 6 mesi del 2016 è il più alto dal 2009, quando le Nazioni Unite hanno iniziato a tenerne il conto. Se si volesse cominciare a prendere atto della realtà sul terreno, bisognerebbe ammettere che i Talebani sono forti anche dove prima erano deboli. Per esempio nel Badakhshan, la provincia nord-orientale al confine con il Tajikistan. Nel 2009 abbiamo viaggiato via terra, con mezzi locali, dal capoluogo Faizabad fino alla miniera di lapislazzuli più antica del mondo, passando per i distretti di Jurum e Baharak. Oggi vorrebbe dire consegnarsi ai Talebani.

kabul-afghanistan-talebani-nato-lashkargahLo stesso vale per la provincia di Faryab, sul confine opposto, quello orientale, a ridosso del Turkmenistan. L’abbiamo visitata più volte negli anni passati, raggiungendo il capoluogo Maimana via terra, ma arrivarci oggi da Mazar-e-Sharif, capoluogo della provincia di Balkh, è rischioso, mentre è suicida pensare alla rotta alternativa, quella meridionale che da Herat passa per la provincia del Baghdis e sale su fino a Maimana. La stessa strada che collega Maimana a Mazar-e-Sharif e poi a Kunduz, capoluogo dell’omonima provincia settentrionale, è diventata pericolosa. La città è pressoché circondata dai barbuti. Nel settembre 2015 sono riusciti a conquistarla per alcuni giorni, prima che ci pensassero gli americani. Che hanno liberato Kunduz, ma hanno lasciato sul terreno almeno 40 vittime civili, polverizzate dalle bombe sganciate sull’ospedale gestito da Medici senza frontiere.

Non va meglio nelle aree della fascia bassa del Paese, quella che dalla provincia occidentale di Farah arriva, sul lato opposto, al confine con il Pakistan. La città di Farah ha rischiato di essere conquistata dai Talebani alcune settimane fa. Mentre il mese scorso un fronte composito di 1.400 guerriglieri ha cercato di insediarsi a Tarin Kot, capoluogo della provincia di Uruzgan. Il fallimento di quell’operazione dice molto sulle difficoltà della galassia talebana, a dispetto della flessibilità strategica dimostrata. Per darne conto, occorre fare un passo indietro. All’inverno del 2014, quando si fanno sempre più insistenti le voci sulla morte del leader storico, mullah Omar. L’estate successiva arriva l’annuncio: l’Amir al-Mumineen, la “guida dei fedeli”, è ufficialmente morto.

Il suo posto viene preso da mullah Akhtar Mohammad Mansur, la cui nomina viene criticata da molti. Mansur scampa a un attentato, si guadagna i galloni sul campo grazie alla temporanea conquista di Kunduz nell’autunno del 2015, ma nel maggio 2016 viene incenerito da un drone americano mentre, di ritorno dall’Iran, viaggia su un’automobile nel Belucistan pachistano, diretto in Afghanistan. Viene sostituito in tutta fretta con il clerico Abaitullah Hakundzada, una figura di compromesso. Che fatica a tenere a bada l’attivismo del suo vice, Sirajuddin Haqqani. Rampollo di uno dei gruppi islamisti più longevi e pericolosi dell’area afghano-pachistana, Haqqani cerca di fare le scarpe ad Abaitullah. Riforma la Commissione militare, scalpita per portare a segno colpi militari importanti. Da qui il tentativo di settembre di conquistare Tarin Kot.

L’operazione fallisce a causa del mancato coordinamento e della riluttanza di alcune fazioni talebane a sostenere l’operazione sponsorizzata dal giovane Haqqani. A Kunduz le cose sono andate in maniera simile. All’inizio di ottobre, in concomitanza con la conferenza dei donatori di Bruxelles (vedi l’articolo in basso), i Talebani hanno cercato di entrare in città. L’offensiva si è protratta per una decina di giorni, ma le forze governative hanno avuto la meglio. Le ragioni stanno nelle spaccature interne alla galassia talebana. Sempre più composita. Come ha spiegato lo studioso Antonio Giustozzi in un recente rapporto per Jane’s Intelligence Review, la conquista di Kunduz dello scorso anno ha fatto emergere una nuova “cupola”, la shura del Nord guidata da Qari Baryal, un comandante che ancora non riconosce la leadership del nuovo capo, Abaitullah, e che per questo ha evitato di collaborare con gli altri fronti militari nella più recente offensiva su Kunduz.

Allo stesso modo, oltre che per la copertura aerea offerta dagli americani, Lashkargah non è ancora caduta in mano talebana per l’assenza sul campo di battaglia di pezzi importanti del fronte meridionale. Come quello guidato da Abdul Qayum Zakir, già responsabile della Commissione militare e attore centrale nell’insurrezione nella provincia di Helmand. La guerra afghana si fa sempre più complicata, dunque. Gli esiti, sempre più difficili da prevedere. L’unica certezza è che a rimetterci sono soprattutto i civili: «arrivano dai distretti provinciali e dalle aree periferiche della città», racconta dall’ospedale Emergency di Lashkargah Paola Fusta. «C’è chi salta su una mina, chi viene colpito dai frammenti delle bombe o dai proiettili». I meno fortunati «arrivano all’ospedale troppo tardi per essere curati».

[Fotografia in apertura di Xinhua / Eyevine / Contrasto]

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