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18 ottobre 2016

Perché la cura Draghi alimenta il populismo

La politica di Bce e Fed doveva rilanciare la crescita. Ha finito per aumentare le diseguaglianze. Un assist per i (finti) rivoltosi come Trump e Le Pen

L'ALIENO GENTILE

Dal numero di pagina99 in edicola il 15 ottobre 2016

Qualche settimana fa, dopo che mesi prima ne aveva lodato l’operato, Trump si è scagliato contro il capo della più potente banca centrale del mondo, Janet Yellen, alla guida della Fed dal 2014: «Sta tenendo i tassi bassi per fare un favore a Obama. È un grosso problema. Dovrebbe vergognarsi». Un anno fa era stata Marine Le Pen ad attaccare il capo di un’altra, potente, banca centrale, Mario Draghi: il suo Qe, disse la leader del Front National, serve alla banche, non ai cittadini. Da un capo all’altro dell’Atlantico, i movimenti populisti guadagnano consensi criticando la Fed e la Bce. Le loro politiche monetarie seguite alla crisi del 2008 sono state necessarie per salvare l’economia occidentale dalle macerie della Lehman Brothers, ma a quale prezzo?

Nel bollettino semestrale pubblicato a ottobre e intitolato “Debito: usare con saggezza” il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha messo in guardia i governi sul malcontento politico che si esprime attraverso istanze populiste. La tesi dell’ Fmi, che ha rivisto al ribasso le stime di crescita sia degli Stati Uniti che del Regno Unito, è che le politiche protezioniste proposte da movimenti come il Front National in Francia – dove si voterà tra pochi mesi – o dell’Afd in Germania – che pure si avvia a rinnovare il proprio governo nel 2017 – mettano a rischio la crescita globale. Ma il paradosso è che il populismo è anche figlio delle scelte fatte fin qui dalle banche centrali.

I movimenti populisti, che effettivamente stanno accrescendo la loro base di consensi, sono tipicamente trasversali, non si identificano in maniera univoca né con la destra né con la sinistra, sono animati da un forte scetticismo verso le ricette economiche tradizionali e orientati a proporre soluzioni semplici e radicali a problemi complessi e stratificati. È lo stesso schema che spiega il seguito crescente dei guaritori per i malati spaventati dalle cure tradizionali e dai loro effetti collaterali.

La linfa di cui si nutrono è innanzitutto la crescente disuguaglianza. Per misurarla nei singoli Paesi può essere utile utilizzare il Palma ratio, un coefficiente che prende il nome dall’economista cileno Jose Gabriel Palma e che misura il rapporto tra la ricchezza del 10% della popolazione più ricca e quella del 40% più povero. Le statistiche tenute dall’Ocse mettono facilmente in luce come i Paesi che hanno un coefficiente di Palma più elevato, i Paesi insomma più “diseguali”, sono anche quelli in cui il consenso raccolto dai movimenti populisti è più elevato.

Tuttavia, sebbene i movimenti populisti stiano crescendo, le disuguaglianze su scala planetaria si sono in realtà ristrette negli ultimi trent’anni (se ne è parlato proprio qui, su pagina99, poco tempo fa). Sono semmai, nello stesso periodo, cresciute le disuguaglianze interne ai singoli Stati. L’apertura dei mercati e l’abbattimento delle barriere per la libera circolazione di persone, beni e servizi – il processo politico-economico che chiamiamo globalizzazione – ha in sostanza spostato ricchezza dalla classe media occidentale verso i cosiddetti Paesi emergenti.

Se i movimenti populisti in Europa e negli Stati Uniti elevano a emblema della loro lotta la sovranità nazionale è proprio per questo: il ripristino di confini più rigidi rappresenterebbe nella loro retorica la cura per un’emorragia di benessere altrimenti difficile da arginare.
Ma quello che a un primo sguardo sfugge è che il principale motore dell’aumento delle disuguaglianze interne agli Stati non è stata la globalizzazione, ma sono state le politiche monetarie. La decisione della Fed e della Bce di ridurre progressivamente i tassi e i rendimenti è stata adottata nel tentativo di far ripartire gli investimenti e rilanciare la crescita globale.

Se una grande società o un singolo guadagnano meno dal possedere o vendere per esempio titoli o obbligazioni, è il ragionamento, cercheranno di investire il proprio capitale in attività meno speculative e più legate all’economia reale. Si è creduto in sostanza che la riduzione del profitto garantita dal risparmio avrebbe stimolato la ricerca di nuovi investimenti. Quello che in realtà è accaduto è che i risparmiatori, vedendo scendere progressivamente i profitti promessi, hanno finito per risparmiare di più alimentando una spirale di decrescita.

La crescente domanda di strumenti di risparmio a rendimenti certi ha spinto le grandi corporation ad approfittare del contesto di tassi prossimi allo zero per accumulare capitali emettendo grandi quantità di obbligazioni. A ogni discesa dei rendimenti, tutti gli asset finanziari in circolazione si sono rivalutati, perché esprimevano condizioni via via più vantaggiose rispetto alle calanti condizioni di mercato. Questo “effetto ricchezza” generato dalle politiche monetarie ha contribuito a compensare in parte le difficoltà generate dalla riduzione dei posti di lavoro e dei salari.

Ma mentre la carenza di crescita riguarda tutti, dell’“effetto ricchezza” ne beneficia solo chi detiene il capitale, cioè asset finanziari, rendendo più ricco chi già lo è e facendo peggiorare, quantomeno relativamente, chi vive di reddito. In altri termini, l’enorme mole di denaro immessa sul mercato dalla Banca centrale non è arrivata all’economia reale, non si è tradotta in maggiori investimenti per lo sviluppo, in più credito alle imprese, in ultima istanza in un aumento dei redditi.

Osservando l’evoluzione del Palma ratio nei Paesi europei dove i movimenti populisti sono più forti (vedi il grafico in basso) ci si accorge che questo indice cresce di pari passo con l’espansione del bilancio della Bce (che ha superato per la prima volta nella sua storia i 3.400 miliardi di euro): a ogni fase di acquisto titoli, quando cioè l’Eurotower compra titoli di Stato o corporate bond per “stimolare” l’economia, le disuguaglianze aumentano. Certo la disuguaglianza non è stata solo un effetto “collaterale” delle scelte fatte a Francoforte, che comunque sono servite a contenere la pressione sui debiti pubblici degli Stati.

I governi nazionali hanno le loro responsabilità. Uno dei problemi segnalati dal Fondo monetario è il fatto che queste politiche monetarie espansive non sono state accompagnate da parallele politiche fiscali nell’eurozona che potessero portare a un livello di inflazione (l’aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi, ndr) in grado da un lato di stimolare gli investimenti e dall’altro di alleggerire il peso dei crescenti debiti (pubblici e privati).

Il Fondo ribadisce però, subito dopo, che – nel caso in cui l’inflazione non dovesse risalire – potrebbe essere necessario un ulteriore iniezione di denaro da parte della Bce. Tutto questo ci dà la misura della difficile spirale in cui ci troviamo: non cresciamo ma per tornare a crescere dobbiamo proseguire con politiche che aumentano le diseguaglianze rafforzando così i movimenti populisti che – avverte il Fmi – propugnando il ritorno a un mondo chiuso, fatto di Stati nazionali e politiche protezioniste, minacciano la crescita.

*Dietro lo pseudonimo L’Alieno gentile si cela un private banker

 

[Fotografia in apertura di Wiktor Dabkowski / Eyevine / Contrasto]

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