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15 ottobre 2016

Banche centrali, sul Qe avete sbagliato tutto

L'Fmi ammette il fallimento del Quantitative Easing. L'economia è ferma. E il debito mondiale non è mai stato così alto. È tempo di fare autocritica

GIOVANNA FAGGIONATO

Dal numero di pagina99 in edicola il 15 ottobre 2016

Il malato non risponde alle cure nella maniera attesa, la ferita non si sta rimarginando al ritmo previsto, i rischi legati agli effetti collaterali aumentano: alcuni non si sono mai visti prima. Tradotto in linguaggio medico suonerebbe così l’ultimo bollettino degli economisti del Fondo monetario internazionale (Fmi) sulla stabilità finanziaria globale, e il rapporto sul debito a esso collegato. E forse allora attirerebbe l’attenzione che merita. Nel Fiscal Monitor reso pubblico il 5 ottobre 2016 gli economisti di Washington hanno calcolato che il debito a livello globale non è mai stato così alto dal secondo dopoguerra: 152 mila miliardi di dollari, un picco pari al 225% del Pil mondiale.

La cifra desta preoccupazione, non solo perché un debito troppo alto inficia la crescita, ma perché a otto anni di distanza dalla crisi finanziaria si aspettavano ben altri numeri. Nelle loro ricerche gli analisti del Fondo hanno preso in esame quasi trenta episodi di crisi avvenute tra il 1980 e il 2006 e hanno calcolato il ritmo con cui la bolla scoppiata si è riassorbita: molto più rapido. E invece, si legge nel rapporto, dal volgere del secolo, cioè dall’anno 2000, il debito non finanziario, di famiglie, imprese e governi, è più che raddoppiato.

Nelle economie avanzate il debito pubblico è aumentato del 50%, a causa della crisi, della bassa crescita, e negli ultimi 4 anni solo un terzo dei governi è riuscito migliorare la propria finanza pubblica. Ma due terzi della voragine su cui il mondo è pericolosamente poggiato, circa 100 mila miliardi di dollari, è debito privato. In alcuni Paesi avanzati, come Canada o Singapore, è alto l’indebitamento delle famiglie, ma l’inquietudine maggiore viene dai Paesi emergenti, e in particolare da Cina e Brasile: in media hanno un debito privato al 38% del Pil, una percentuale simile al livello raggiunto dai Paesi avanzati nell’accelerazione che ha poi portato alla crisi finanziaria.

«Condizioni finanziarie più facili», è scritto nel rapporto, «hanno portato a un netto aumento del debito delle imprese private in alcune ma cruciali economie emergenti». Detto più chiaramente, con le parole di Alessio Fontani, docente di Economia dei mercati monetari finanziari alla Luiss Guido Carli di Roma: «La maggior parte della liquidità a buon mercato che ha inondato i mercati è andata ad alimentare bolle creditizie in Paesi con sistemi finanziari meno regolati: come una massa d’acqua affluita all’improvviso, ha trovato alcuni invasi chiusi, l’economia reale dei Paesi avanzati, e si è scaricata in altri, anche perché il volume dei mezzi di pagamento e dei relativi strumenti finanziari resta comunque sovradimensionato rispetto al fabbisogno dell’economia reale».

Ma gli effetti collaterali dell’allentamento monetario prolungato messo in pratica dalla gran parte delle banche centrali, ha spiegato Peter Dattels, vice direttore del dipartimento dei mercati monetari del Fmi, stanno aumentando soprattutto nei Paesi avanzati. Le maggiori vittime sono le banche che «lottano per rimanere redditizie». Ma è minacciata anche «la solvibilità di un gran numero di compagnie assicurative e di fondi pensione». Inoltre per la prima volta quasi il 40% delle obbligazioni dei governi dei Paesi avanzati ha tassi negativi.

Secondo Clemens Fuest, direttore dell’Ifo di Monaco, forse il più influente centro di ricerca economica del Vecchio Continente e ovviamente voce degli interessi della Germania, «l’attuale politica monetaria rischia di portarci a una nuova crisi finanziaria. Le banche centrali sono di fronte a un dilemma, mantengono i tassi bassi per stimolare l’inflazione e la ripresa del credito alle imprese. Ma stanno creando una nuova bolla nel mercato dei bond e nel real estate. Con tassi di interesse così bassi, perché un governo dovrebbe avere l’interesse di ridurre il proprio debito?», si chiede Fuest parlando con pagina99.

«Gli attuali tassi rendono difficile per le banche registrare profitti e anche sospendere i prestiti a chi non paga e svalutare i crediti. In sostanza l’attuale politica monetaria promuove l’allocazione dei capitali dove non dovrebbero andare». Il problema numero uno per il Fmi resta in ogni caso «la ristrutturazione incompleta delle banche dell’Eurozona», che «rischia di essere un ostacolo alla cinghia di trasmissione del credito, contribuendo all’indebolimento della crescita». Un circolo vizioso che si presenterebbe a prescindere dalla leva monetaria.

I ricercatori del Fondo hanno infatti ipotizzato uno scenario di crescita maggiore e tassi normalizzati su un totale di più di 280 istituti di credito, praticamente il 70% delle banche americane ed europee. Il risultato è che un terzo degli istituti dell’Eurozona rimarrebbe comunque in difficoltà. Per Washington, il sistema di credito della Zona Euro deve liberarsi del fardello dei crediti deteriorati, ma anche diminuire il proprio volume, arrivando a eliminare i costi fino a 40 miliardi. E le banche più deboli devono, semplicemente, uscire dal sistema. Nel 2014 anche Danièle Nouy, la numero uno della nuova vigilanza bancaria europea, aveva dichiarato al Financial Times: «Lasciate morire le banche deboli».

Eppure, per Fuest, il messaggio non è stato recepito: «In questo nuovo ecosistema le banche devono avere liquidità e capitalizzazione e se non ce l’hanno devono rivolgersi al mercato. Non vogliono farlo perché sono abituate a un sistema a bassa capitalizzazione. Ma non è più possibile e i regolatori devono costringerle a farlo. Se non hanno capitali falliranno». Tutto questo tuttavia non basterà per riportarci ai tassi di crescita di un tempo: «Stiamo entrando in una nuova era, caratterizzata da bassi tassi di interesse, da crescita cronicamente debole, e crescente incertezza delle politica e delle politiche», ha spiegato Dattels in conferenza stampa a Washington.

«Per effetto della globalizzazione è cambiata la struttura profonda del sistema economico: gli atteggiamenti, di investimento, di produzione, di consumo e le relazioni che queste variabili strutturali hanno tra loro. Se non lo capiamo, rischiamo di guardare con occhi vecchi a un mondo nuovo», commenta Fontani. È facile dire che non basta inondare il malato di antibiotici se l’infiammazione è grave, più difficile è capire la cura.

 

[Fotografia in apertura di Fred Dufour / AFP / Getty Images]

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