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13 ottobre 2016

Renzi come Sarkozy: da solo non ce la farà

L'iperattivismo e l'onnipresenza ricordano quelli dell'ex premier francese. Dietro, la stessa idea dell'uomo forte al comando. Che nel mondo globale non funziona più

ERIC JOZSEF*

Dal numero di pagina99 in edicola l’8 ottobre 2016

Sono passati quasi mille giorni da quando Matteo Renzi illustrava il suo cambiamento per l’Italia in cento giorni. Da allora alcune riforme, in primis il Jobs Act, sono state approvate; ma una parte delle promesse sono ancora in alto mare e i provvedimenti adottati non hanno portato la svolta attesa, in particolare sul piano economico.

Per i suoi sostenitori, il Fiorentino rimane comunque l’esponente politico che ha cominciato a muovere il Paese. Al di là del contenuto delle sue riforme, i suoi avversari gli rimproverano invece di accentrare il potere – come dimostra l’impianto delle sua riforma istituzionale che, de facto, rafforzerebbe il potere esecutivo – e in genere di voler essere un uomo solo al comando. Se si guarda a quanto accade all’estero, la situazione italiana non è per nulla sorprendente. A partire del 1989 l’accelerazione della globalizzazione, l’irruzione delle nuove tecnologie, l’affermarsi di nuove potenze economiche e politiche hanno scombussolato il vecchio mondo e indebolito le vecchie nazioni.

Nelle democrazie occidentali si è diffuso un sentimento di sconforto, spesso di paura, e una richiesta generica di cambiamento, con il paradosso che questo desiderio richiama molto spesso la volontà di un ritorno, illusorio, al passato. È solo in questo quadro che si può analizzare la tendenza generale a una personalizzazione e a un rafforzamento del potere. Matteo Renzi ha costruito il suo successo sulla rottamazione, versione italiana della rottura con un mondo che fatica a entrare nel 21esimo secolo. Ha promesso di cambiare il Paese identificando i corpi intermedi come espressione del passato e dello stallo. Ha fatto della sua persona l’incarnazione del cambiamento. Ed è questa proposta politica che è stata, almeno in un primo tempo, accolta con favore dalla maggioranza di cittadini.

Il suo iperattivismo e la sua onnipresenza mediatica ricordano quelle di Nicolas Sarkozy per il quale fu coniata in Francia l’espressione di iper-presidente. L’energia del leader, la sua capacità di varcare i tradizionali confini destra-sinistra, di rompere con il passato, hanno sedotto nel 2007 la maggioranza dei francesi pronti a scommettere su un politico che più di nessun altro candidato alla presidenza della Repubblica ha fatto suo il motto: “Se mi votate, rifarò grande la Francia”.

La voglia dell’uomo solo al comando o addirittura dell’uomo della provvidenza è una ricorrenza sempre più forte nelle democrazie occidentali, in una fase storica in cui governare significa affrontare problemi globali – finanziarizzazione dell’economia, fenomeno migratorio, cambiamento climatico – e gli elettori hanno l’impressione che la comprensione del mondo gli stia sfuggendo di mano.

In Italia, per anni, l’opposizione a Silvio Berlusconi ha puntato il dito sul suo conflitto d’interessi sostenendo che con il suo potere mediatico e le sue televisioni nascondesse all’opinione pubblica lo scandalo dei suoi intrecci politico-economici. Sul piano dell’equilibrio dei poteri e del buon respiro democratico, la battaglia era lodevole. Tuttavia non teneva conto del fatto che non solo gli elettori di Forza Italia erano a conoscenza del conflitto d’interessi ma che, con ogni probabilità, era anche per questo motivo che votavano per il Cavaliere (come gli elettori americani oggi si apprestano a votare Donald Trump).

La figura del miliardario Berlusconi in politica incarnava non solo l’idea dell’uomo capace di trasmettere la sua ricchezza all’intera popolazione («sono ricco, vi farò ricchi») ma anche la possibilità di superare finalmente, grazie alla sua potenza, la fragilità del sistema politico nazionale e di raddrizzare l’Italia. Con ogni probabilità un giorno gli storici ci diranno che invece di preparare la penisola alle nuove sfide, gli anni di governo di Silvio Berlusconi sono stati quelli in cui l’Italia ha perso il treno della modernità e dell’inserimento nel mondo globale. Rimane tuttavia diffusa la richiesta dei cittadini di ritrovare una presa sul mondo.

La democrazia non è solo il diritto di voto, le elezioni e l’alternanza al governo. È anche equilibrio dei poteri e la capacità dei governanti di prendere provvedimenti in grado di modificare la vita quotidiana dei cittadini. Quando questo viene a mancare, la spinta a sacrificare l’equilibrio dei poteri, o addirittura il principio del voto, diventa forte. È probabilmente così che si può interpretare l’infatuazione di una buona parte dell’opinione pubblica europea per il presidente russo Vladimir Putin, percepito (a torto, se si vede la situazione economica e sociale del suo Paese) come un leader capace di prendere decisioni, imporre azioni e dare prova di autorità.

Allo stesso modo, la voglia di ridiventare padroni del proprio destino, di far pesare il proprio voto e di far sentire la propria voce può spiegare in parte il voto per la Brexit di numerosi britannici. La richiesta generica di un potere esecutivo forte, incarnata da un leader energico, si integra in questa ricerca di azione politica efficace. Da questo punto di vista, oggi il problema non è tanto che l’uomo politico sia solo ma che non abbia più il comando.

Fulminante, da questo punto di vista, l’impotenza di François Hollande, capo dell’esecutivo (sulla carta) con più poteri del mondo occidentale. In campagna elettorale, il leader socialista fece della «lotta alla finanza internazionale» la sua priorità. Arrivato all’Eliseo, non ha potuto fare nulla. In virtù della globalizzazione e del trasferimento di una parte della sovranità all’Europa, i capi di Stato e di governo non hanno più in mano la politica monetaria e controllano solo in parte quella fiscale e di bilancio, senza contare le sfide – da quella ambientale a quelle migratorie – che non possono più essere risolte al livello nazionale.

Solo una riforma dell’Ue e la creazione di un vero governo europeo, democraticamente legittimato, sarebbe oggi in grado di rispondere alle attese dei cittadini. Questa realtà fa sì che i leader soli al comando nei vari paesi sono destinati a fallire (vedi Sarkozy) o a essere velocemente ridimensionati. Si può tentare con la presenza mediatica, l’iperattivismo politico o il potenziamento dell’Esecutivo a livello nazionale per ritardare questo ridimensionamento. La riforma costituzionale di Matteo Renzi sottoposta a referendum va in questo senso. Ma è politicamente un’illusione.

*L’autore è corrispondente di Libération in Italia

 

[Fotografia in apertura di Bundesregierung / Laif / Contrasto]

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