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11 ottobre 2016

Nelle aziende trova lavoro il più stupido

Si premiano i dipendenti e i manager che usano meno la testa. Il libro The Stupidity Paradox fa discutere


Dal numero di pagina99 in edicola l’8 ottobre 2016

Per avere successo nel mondo del lavoro bisogna esser stupidi. Questa la conclusione a cui sono arrivati André Spicer, professore di comportamento organizzativo alla City University di Londra e il collega Mats Alvesson. Nel loro ultimo libro, The Stupidity Paradox, i due studiosi hanno voluto analizzare i risultati di diverse ricerche condotte negli ultimi anni in aziende americane e inglesi sull’intelligenza di dipendenti e manager.

Per prima cosa, è emerso che le società preferiscono assumere neolaureati con ottimi punteggi e provenienti dalle università più prestigiose. Il lavoro che questi devono svolgere, però, non richiede di utilizzare molta intelligenza e così i neoassunti diventano svogliati, annoiati e senza stimoli. Al contrario, invece, i dipendenti con un curriculum accademico meno brillante hanno maggiori probabilità di costruirsi una carriera, perché sono maggiormente portati a “spegnere” il cervello una volta entrati in ufficio e a pensare meno, caratteristiche che vengono spesso premiate.

Infatti chi commette errori o lavora con superficialità all’interno di una grande azienda, spiegano Spicer e Alvesson, facilmente passa inosservato. Questo non avviene solo per i nuovi assunti, ma anche per i grandi manager. Una volta arrivati al vertice il lavoro di un dirigente d’azienda diventa paragonabile a quello di un burocrate. Convegni, documenti da firmare, presentazioni da organizzare, eventi a cui partecipare. Tutte attività dove l’utilizzo delle proprie facoltà mentali è scarso, anche se agli occhi dei propri sottoposti si tratta di posizioni che richiedono una grandissima preparazione e doti d’intelletto superiori alla media.

In America ogni anno, stando ai numeri riportati in The Stupidity Paradox, si spendono 14 miliardi di dollari per la crescita professionale dei manager, ma senza che questi sforzi economici abbiano un reale impatto nella qualità lavorativa dei leader. La stupidità, concludono i due studiosi, oggi si è insinuata anche a livello strutturale nelle aziende, creando la “corporate stupidity”. Le società guardano solo alla propria cultura aziendale, portando i dipendenti ad avere una visione limitata e parziale del mondo.

 

[Fotografia in apertura AFP / Getty Images]

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