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10 ottobre 2016

Mamme ossessionate dal junk-food

Ciambelloni fatti in casa. Biscotti senza latte. No al glutine. Orrore per Nutella e merendine... Psicopatologia delle madri perfette

BENEDETTA FALLUCCHI

Chi è senza peccato scagli la prima torta Vegan. Confessiamolo, genitori: varcato il fatidico giorno che zuccherosamente molti definiscono “il più bello della tua vita” (quando, nella migliore delle ipotesi, è tra i più cruenti), nessuno è immune dalle ossessioni rispetto ai propri figli e al loro sviluppo fisico o psico-cognitivo. Persino quelli senza prole non possono astenersi dal partecipare al dibattito, spesso calandosi utilmente nella parte (lesa) dei figli.

La verità è che l’altare del genitore perfetto è sempre assetato di vittime. E di carnefici. Siccome siamo moderni, i sacrifici che si officiano nel suo perimetro per lo più non comportano spargimenti di sangue. Ma offerte votive consistenti in ciambelloni fatti-con-le-mie-mani, biscotti senza latte, senza uova, senza farina (in definitiva, per una tautologia inversa, senza biscotti), cereali dai nomi esotici, ma anche fiori di Bach, pillole omeopatiche e detergenti rigorosamente fai da te.

Ci trasformiamo tutti in Abramo. Soprattutto le madri – che per una miopia incurabile della società sembrano le sole occupate nella cura. Gli uomini spesso neanche si cimentano: ma se lo fanno e con risultati positivi vengono acclamati come impareggiabili eroi. Le madri, dicevamo. Come in una rappresentazione shakespeariana al contrario, vestono i panni del patriarca dell’ebraismo, scalano montagne di letture cartacee e digitali, e si apprestano a immolare la loro progenie pur di soddisfare il Dio feroce della inappuntabile genitorialità.

Il primo campo di battaglia è quello che riguarda l’alimentazione. E dire che già la gravidanza, l’allattamento e lo svezzamento non sono una passeggiata in questo senso – nei primi due casi per via delle limitazioni mediche e delle leggende tramandate («Non mangiare broccoli altrimenti il latte sarà amaro!»), nel terzo caso per il desiderio di dare il meglio al proprio piccolo che si affaccia al cibo – cibo che, povero lui, si presenta nella forma poco invitante delle pappe (ma non vogliamo aprire la polemica svezzamento/autosvezzamento, per carità).

Una recente ricerca dell’azienda Mellin, specializzata in prodotti per l’infanzia, ha sottolineato che sei genitori su dieci vivono “l’ansia della pappa” con un senso di smarrimento di fronte alle fonti più disparate, pediatri, blog, amici, parenti: più della metà del campione riferisce di sentirsi “stordito” dalla molteplicità dei suggerimenti, «senza riuscire ad avere un’idea chiara su quello che è importante per la salute» dei propri figli.

Insomma, lo stato d’animo migliore da comunicare a un lattante che dovrebbe smettere di essere allattato. Alzi la mano chi non ha mai visto una mamma, o almeno una nonna, seduta di fronte al pargolo svogliato, prodursi in acrobazie e gridolini che sono la concreta rappresentazione di quell’ansia. Ma il momento in cui davvero è necessario indossare l’elmetto e inforcare la baionetta è quando i bambini cominciano a manifestare un’identità.

E dei gusti alimentari – per lo più tendenti al junk food, va detto. È qui che la madre-Abramo deve ricorrere alla sua forza (e al tempo libero) per trasformarsi in Nonna Papera e sfornare cibi salutari, possibilmente utilizzando farine della tradizione, conserve biologiche, uova del contadino della campagna d’una volta, latte di mucche coccolate come il famoso manzo di Kobe (ma quanti saranno poi questi animali da mondo edenico?).

La Nutella è lo sterco del Diavolo; «sei una madre che gli dà le merendine confezionate?», orrore; «io i plumcake li faccio in casa, ho persino comprato la carta trasparente per simulare l’imballaggio», fino a «noi abbiamo deciso di mangiare senza glutine», anche se la celiachia non c’entra nulla, o «abbiamo eliminato il latte vaccino», perché l’uomo è l’unico animale a nutrirsi del latte dopo lo svezzamento (e comunque è anche l’unico a mangiarsi il foie gras, tanto per dirne una).

La moda del “senza” imperversa e l’industria dolciaria si è adeguata. L’ultima guerra è quella contro l’olio di palma – accusato per una doppia colpevolezza: rispetto all’ambiente per lo sfruttamento intensivo, e rispetto alla salute in quanto potenzialmente cancerogeno. Quando persino un gigante come Barilla reclamizza i suoi prodotti specificando orgogliosamente che ne sono privi, è chiaro che il movimento a tutela del dattero ha vinto.

Forse perché siamo una Repubblica fondata, più che sul lavoro che non c’è, su spaghetti, clima mite e monumenti, intorno al cibo si consumano scontri così accesi: anche (e soprattutto) laddove le intenzioni parrebbero lodevoli, le proteste sono più veementi. Se lo ricorda bene Walter Veltroni che anni fa propose i menù multietnici alle mense scolastiche della capitale, con ricette di paesi come Bangladesh, Romania o Marocco.

Era un’iniziativa volta a favorire l’integrazione, ma si beccò prevedibili sbeffeggi al sapore di curry e cardamomo. Non è andata meglio con i menù proposti dalla giunta Marino: ridotta la distanza e l’ambizione, si è provato con quelli europei – fish & chips dal Regno Unito (che nel frattempo ha pure lasciato l’Europa…) o Wiener Schnitzel dall’Austria. Se la sono presa tutti, pure il Gambero Rosso.

Il punto non è chi ha ragione o chi ha torto. A naso, siamo tutti d’accordo nel dire che una manciata di legumi nel piatto sarà di sicuro più salutare che una manciata di caramelle gommose nei palmi dei nostri figli. Ma perché, per esempio, il latte di mandorla dovrebbe essere meglio di quello vaccino? Solo perché non è di origine animale?

Sul cibo la tendenza è quella dell’ascetismo: tutto molto bello, per carità, tutto molto politically correct, ma, ancora una volta, stiamo espiando una colpa? Se nei decenni passati ci siamo sconsideratamente abbeverati alle grasse mammelle delle multinazionali ingozzandoci di cheeseburger innaffiati di Coca-Cola, non è che ora dobbiamo diventare talebani del naturale a priori.

L’aspirazione a far bene con i propri figli è connaturata al ruolo genitoriale, e meno male: ma anziché rispondere affermativamente a un Dio spietato che ci chiede perfezione – come fece Abramo, che replicò «Eccomi», senza discutere le motivazioni, cieco com’era nella sua fede – rovesciamolo quell’altare, guardiamoci sotto, dentro, studiamone il meccanismo… E accettiamo la nostra fallibilità.

 

[Fotografia in apertura di Francesca Russell / Getty Images]

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