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9 ottobre 2016

David Crane: «Ecco l’archivio dei crimini di guerra di Assad»

Ha fatto condannare gli autori degli orrori in Sierra Leone e Liberia. Dal marzo 2011 si occupa del leader siriano con un team di 70 persone. E dice che sarà più dura del previsto

ELISA VENCO

Dal numero di pagina99 in edicola l’8 ottobre 2016

«I dittatori e i tiranni non sono mostri che godono della crudeltà ma persone che si ritengono al di sopra della legge». David Crane è uno dei pochi a conoscere bene l’argomento, dato che di despoti, e di legge, si occupa una vita. Dopo trent’anni al Dipartimento della Difesa Usa, dal 2002 al 2005, su nomina dell’ex segretario Onu Kofi Annan ha ricoperto il ruolo di procuratore capo del tribunale speciale per la Sierra Leone. E dopo aver dimostrato le atrocità perpetrate dall’ex presidente della Liberia, Charles Taylor, «di gran lunga più gravi degli orrori di Ruanda e Balcani», ha ottenuto una condanna a 50 anni per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nel marzo 2011 Crane ha ripreso l’impianto di quel processo per applicarlo a un altro dittatore: Bashar al-Assad.

È nato così il Syrian Accountability Project, sistema di raccolta e verifica delle prove disponibili contro il leader mediorientale. Sotto la direzione di Crane, oggi docente di diritto alla Syracuse University, un team di 70 persone, tra studenti, attivisti di Iraq e Turchia, membri delle Ong, analisti politici e militari, lavora sette giorni su sette per compilare un database dei reati commessi in un Paese dove finora si contano 450 mila vittime.

«Quando abbiamo notizia di un crimine, aspettiamo che sia confermato da altre due fonti prima di verificarlo ed eventualmente inserirlo nel database. E nonostante questa cautela, oggi il database conta più di settemila pagine in formato Excel, con 25 violazioni a pagina», riassume Crane. Le nuove tecnologie hanno aggravato, non facilitato il lavoro: «Se per accusare Taylor è stato necessario raccogliere testimonianze dirette, incrociare i dati e confrontare le fonti, oggi per trovare tracce basta setacciare il web. Ma l’eccesso di informazione rischia di trasformarsi in disinformazione. Delle violazioni segnalate in Siria, il 99% non ha validità in un tribunale; può avere un valore storico, ma non legale. E il caso Taylor mi ha insegnato a presentare al giudice solo prove dimostrate oltre ogni ragionevole dubbio».

A oggi la lista delle accuse contro Assad è lunga 20 pagine e comprende crimini contro l’umanità e crimini di guerra. «Questi ultimi sono commessi durante un conflitto in spregio ad accordi come la convenzione di Ginevra, che proibisce l’uso di armi chimiche e la violenza contro civili o prigionieri di guerra», distingue Crane. «I primi invece, come la tortura degli oppositori politici, non richiedono una guerra per verificarsi. Alcuni interpreti includono sotto questa categoria il genocidio, che è un’attività volta a distruggere un preciso tipo di persone, come una minoranza religiosa o un gruppo etnico. Ma non abbiamo prove che Assad proceda in questo modo».

Due anni fa Crane ha riferito al Consiglio di sicurezza le sue valutazioni in merito al caso Caesar, nome in codice di un ex fotografo della polizia militare di Damasco che ha documentato l’eliminazione di oltre diecimila nemici di Assad. Le uccisioni sarebbero avvenute dal 2011 al 2013 in tre strutture di tortura nella capitale, su 52 presenti nel Paese. Dato che la perizia è stata sollecitata dallo studio legale inglese Carter-Ruck che lavora per il governo del Qatar, l’imparzialità degli esperti è stata molto discussa. Ma Crane, che ribadisce la neutralità tanto della sua consulenza quanto del suo attuale progetto, afferma che le foto sono veritiere al di là di ogni dubbio.

«Nonostante il mio iniziale scetticismo, ho dovuto riconoscere l’autenticità delle immagini, che sono l’evidenza lampante dei metodi usati da Assad», spiega al telefono a pagina99. «In Sierra Leone avevo oltre un milione di vittime accertate cui non potevo attribuire un nome o una data. Per la Siria abbiamo le foto, le firme, i documenti, le date di queste morti per strangolamento o per fame. Questa è la pistola fumante, la prova diretta della macchina di morte del regime».

Di recente, un mini team prevalentemente femminile ha elaborato un rapporto sugli stupri in Siria: secondo le indicazioni raccolte, in quattro anni quasi cinquecento donne hanno subito violenze di varia gravità. Ma dato lo stigma sociale che colpisce le vittime, è probabile che la maggioranza degli stupri non sia mai stata denunciata. «I crimini legati al genere erano una pietra angolare della mia accusa a Taylor», spiega Crane. «Ed è una novità assoluta che questi reati, che normalmente non vengono considerati dal diritto internazionale, siano documentati in modo che domani possano essere presentati davanti alla Corte».

Sì, ma quale Corte? Il destino del Syrian Accountability Project dipende da una variabile imprevedibile: la volontà politica di processare Assad. Difficilmente il suo operato verrà messo sotto esame dalla Corte penale internazionale: la Siria non ne ha ratificato il trattato istitutivo, lo Statuto di Roma, e quindi i suoi cittadini non possono esserne giudicati, a meno che non vi sia una specifica risoluzione delle Nazioni Unite, cui  Russia e Cina hanno posto il veto già quattro volte.

«Dunque a giudicare Assad potrebbe essere un tribunale locale, ma creato da un organismo internazionale, qualcosa di simile a quanto avvenuto per la Sierra Leone. Ed è importante che un processo si tenga dove ci sono le vittime e i loro parenti: per credere che esista, la gente ha bisogno di  vedere la giustizia in azione». Se il dove si terrà il processo è incerto, il quando lo è ancora di più. «Oggi un processo non è neppure ipotizzabile e le bombe complicano la situazione sempre più. Nel 2011, quando ho iniziato a occuparmi del Paese, le parti in causa erano due: il regime e i ribelli. Oggi è tutto più intricato; abbiamo anche l’Isis e le potenze straniere, ognuno con una sua agenda. La Siria è ancora legittimamente tra i membri delle Nazioni Unite, ma Assad ne controlla solo una parte. La situazione è come un cancro che cresce lentamente: non possiamo guarirlo, ma al massimo arginarlo ed evitare che contagi tutta l’area mediorientale».

Crane, che oggi ha 66 anni, è fiducioso circa il fatto che tra 10 o 15 anni, con il mutare degli equilibri internazionali, il database possa tornare utile per processare il presidente siriano. Ma sottolinea che in Siria non ci sono buoni e cattivi. «Io spero che Assad paghi per i crimini commessi, ma se non verranno toccati anche i leader di tutte le parti coinvolte, più che fare giustizia, si punirà un capro espiatorio. In Siria tutti si sono sporcati le mani. E tutti, quando possono, si comportano come se fossero superiori alla legge».

[Fotografia in apertura di  Collectiolm / Magnum photos]

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