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8 ottobre 2016

Facciamo sexting, consapevoli di essere dei veri scemi

Abbiamo imparato a destreggiarci, a non mandare sconcezze alle persone sbagliate, a cancellare tutto. Domandandoci se non sia solo uno sciocco gioco di società

FLAVIA GASPERETTI

 

Dal numero di pagina99 in edicola l’8 ottobre 2016

Di sexting si torna a parlare ogni tanto, sempre meno, e quando se ne parla di solito vuol dire che è successo un fatto brutto. Se ne parla ancora, certo, ma la mia sensazione è che abbiamo già da parecchio superato la fase del peak-sexting, siamo oltre – era il 2011 quando il termine fu inserito per la prima volta in un dizionario, il Concise Oxford Dictionary, praticamente un secolo in anni internettiani. Siamo già così post-sexting, e con questo non intendo certo dire che abbiamo smesso di praticarlo, anzi, ma che fattosi prassi il gesto sprofonda nell’irrilevanza.

Sextiamo da così tanto tempo che anche i più impediti tra noi hanno imparato a destreggiarsi, disattivare le notifiche e gli autocorrect, riconoscere i significati reconditi delle emoji a tema ortofrutticolo. Abbiamo imparato a non mandare sconcezze alla persona sbagliata, abbiamo imparato a cancellare tutto. Nel 2016 chi si fa ancora beccare dal coniuge può serenamente essere rubricato tra quanti, consciamente o meno, smaniano dalla voglia di essere beccati.

Sextiamo da così tanto tempo che i romanzieri americani possono farne materiale del loro ultimo bestseller, come ha fatto Jonathan Safran Foer un mese fa, e noi lo leggeremo pensando quello che pensiamo sempre quando i romanzieri americani fanno dell’uso quotidiano delle tecnologie materiale per loro bestseller, penseremo che stia mirabilmente descrivendo un quotidiano di cinque anni prima.

Sextiamo da così tanto che non sentiamo nemmeno più bisogno di lamentarci delle storture e delle inadeguatezze del mezzo, la noia della ripetizione, la tristezza che ci prende quando il nostro sguardo indugia non sulle parti anatomiche generosamente offerte ma sulla miseria di certe piastrelle, sugli specchi schizzati di dentifricio, quando sullo sfondo vediamo la ciotola del gatto, l’arricciacapelli attaccato alla presa, le scarpe sotto il divano.

Sextiamo da così tanto che se qualcuno mi dicesse che nelle antiche incisioni rupestri o nell’arazzo di Bayeux gli esperti hanno riconosciuto dei rudimentali selfie zozzi, non mi stupirei. Sextiamo, ma chi sextiamo? L’esistenza e l’identità del destinatario paiono sempre meno importanti, data l’aleatorietà onanista della pratica. Dal 2014, esiste un buffo esperimento virtuale chiamato Sextadventure, un gioco che consiste, in soldoni, nel sextare un bot, un risponditore automatico. Ma che differenza fa, in fondo? I Foer e i sextatori colti in flagrante immancabilmente giurano “non è successo niente! non ti ho tradito!”. E in un certo senso è vero, sextiamo, sì, ma non è (quasi) niente.

Sextiamo così tanto che abbiamo smesso di chiederci in che rapporto stia col sesso vero, se sia preliminare o succedaneo. Sextiamo, ma è anche un po’ un gioco di società – ne son pieni i Tumblr dei nostri più ridicoli tentativi, le foto e gli screenshot, messi in rete non per fare revenge-porn, ma per condividere tutti insieme l’allegra consapevolezza di non essere mai stati così scemi.

L’esperimento più bello si chiama Critiquemydickpick, dove chiunque può inviare una foto scattata al proprio pene e ricevere in cambio una dettagliata, esilarante ma amorevole recensione, completa di voto finale. A essere recensito, si badi, non è il membro in questione, ma la fotografia. L’anonimo estensore di questi giudizi – non lo dice, ma io voglio credere che sia una donna: una donna che sa quali danni alla libido delle utilizzatrici finali possono derivare dalla visione di certe mestizie – l’anonima firma, dicevo, dispensa utili consigli sulla composizione, le angolazioni giuste e gli sfondi, l’uso delle luci. Non critica la realtà ma la rappresentazione, com’è giusto che sia. D’altronde, se abbiamo deciso di darci tutti al porno fatto in casa sarà meglio che impariamo i rudimenti del mestiere e facciamo più bello il mondo, un pene per volta.

 

[Foto in apertura di Judith Jockel / Laif / Contrasto]

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